lunedì, dicembre 22, 2003

Una battaglia senza sosta per farsi riconoscere

(fonte: Corriere della Sera del 22.12.03, Editoriale di Francesco Alberoni)

Esisti perché gli altri ti vedono, vali perché gli altri ti lodano. È stato Hegel a capire quanto per l’uomo sia importante il riconoscimento. È per essere riconosciuto che l’uomo lotta, combatte, cerca e conquista il potere. Guardatevi attorno: in ogni città vedrete imponenti palazzi. Sono stati eretti perché tutti li vedano, li ammirino e riconoscano la ricchezza e la potenza di coloro che li hanno costruiti o li abitano. Andate in qualsiasi porticciolo d’estate e vedrete folle a bocca aperta davanti ai lussuosi yacht dei personaggi più ricchi e celebrati. Quali cose desidera lo scienziato? Fare una scoperta che lo renda famoso e ammirato in tutta la comunità scientifica. Vedere il suo nome citato, esaltato, passare alla storia. E lo stesso vuole il pittore, lo scultore, lo scrittore, il musicista, il regista. Miguel de Unamuno vedeva, in questo desiderio, il segno inconfondibile che l’uomo aspira alla immortalità. Certo aspira all’applauso e al trionfo non soltanto oggi, ma anche domani. Achille fu posto di fronte all’alternativa: voleva una vita lunga e oscura o una vita breve, ma eroica, destinata a essere ricordata per sempre? E scelse la seconda.

Il segno inconfondibile di una dittatura è la presenza del ritratto del dittatore dovunque. Nelle piazze, nelle scuole, negli edifici pubblici, in tutte le case. Nelle democrazie i politici non possono aspirare a tanto, ma si sforzano di essere visibili il più possibile. I più potenti hanno uno staff che preme sulla televisione in modo che la loro faccia sia sempre presente e i loro discorsi sempre trasmessi. Altri, per farsi notare, fanno qualche dichiarazione clamorosa, che faccia parlare di loro. L’incubo che li accomuna è di non essere ripresi, di non esser citati, di sparire. Sparire dal video e dai giornali è morire. Anche la gente comune vuol esistere sui media.

Per andare da Amadeus o a Passaparola c’è una fila infinita. E altrettanto per ostentare la propria vita sessuale ne Il grande fratello . Non c’è cosa che la gente non sia disposta a fare per apparire. Il freno, il ritegno, il pudore devono sempre esercitarlo l’emittente. E che cosa succede quando qualcuno ha raggiunto il successo, la notorietà, la fama? C’è un momento in cui, appagato, si ritira? No. Tutti temono di scomparire. Il presentatore, appena terminata una trasmissione, ne aspetta una nuova, l’attore una nuova fiction, il regista sogna un nuovo film, il romanziere pensa a un nuovo libro di successo, il direttore d’orchestra a un nuovo concerto. Chi entra nel gioco del riconoscimento e del potere ne resta schiavo.

Ma allora tutti, qualsiasi cosa facciamo, siamo dannati? C’è qualche situazione in cui veniamo liberati da questa condanna? Sì. Per esempio, è quando ci innamoriamo e siamo riamati. Allora il nostro amato vale più di tutti gli abitanti della Terra e non ci importa più nulla di loro, di ciò che pensano. Ci basta la sua presenza, il suo amore. Oppure quando abbiamo un bambino piccolo lungamente desiderato e viviamo con lui, giochiamo con lui, ed egli è l’ultimo pensiero quando ci addormentiamo e il primo al risveglio. Infine, infinitamente più raro, c’è il mistico che si appaga in Dio. Solo l’amore totale ci fa uscire dalla prigione del riconoscimento.

lunedì, dicembre 15, 2003

CIAMPI RINVIA ALLE CAMERE IL DDL GASPARRI

(fonte: ANSA)

ROMA - Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha rinviato il ddl Gasparri alle Camere chiedendo una nuova deliberazione. Le osservazioni di Ciampi sono contenute in cinque pagine. ''Non posso esimermi dal richiamare l'attenzione del Parlamento su altre parti della legge che - per quanto attiene al rispetto del pluralismo dell'informazione - appaiono non in linea con la giurisprudenza della Corte Costituzionale'', e' uno dei passaggi del messaggio inviato dal presidente della Repubblica alle Camere per motivare il rinvio del ddl Gasparri. C'e' anche il sistema integrato delle comunicazioni tra le osservazioni che il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, ha inviato alle Camere nel messaggio con il quale spiega i motivi del rinvio del provvedimento. ''Per quanto riguarda la concentrazione dei mezzi finanziari - scrive Ciampi - il sistema integrato delle comunicazioni (Sic) - assunto dalla legge in esame come base di riferimento per il calcolo dei ricavi dei singoli operatori di comunicazione - potrebbe consentire, a causa della sua dimensione, a chi ne detenga il 20% (art.15, secondo comma, della legge) di disporre di strumenti di comunicazione in misura tale da dar luogo alla formazione di posizioni dominanti''. Nel messaggio inviato alle Camere il presidente della Repubblica affronta anche il nodo della raccolta pubblicitaria. ''Quanto al problema della raccolta pubblicitaria si richiama la sentenza della Corte Costituzionale 231 del 1985 che, riprendendo principi affermati in precedenti decisioni, richiede che sia evitato il pericolo 'che la radiotelevisione, inaridendo una tradizionale fonte di finanziamento della libera stampa, rechi grave pregiudizio ad una liberta' che la Costituzione fa oggetto di energica tutela'''.

BERLUSCONI, RIVOTEREMO GASPARRI, NON SO SE UGUALE

STRASBURGO - La legge Gasparri ''non mina la liberta' di informazione''. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, precisando che il rinvio alle Camere della legge ''gli era stato anticipato'' e aggiungendo che la legge sara' rivotata anche se non sa se con un testo uguale.
Il capo dello Stato aveva infatti incontrato il premier Berlusconi, il quale, al termine del colloquio, aveva dichiarato che ''per quanto mi riguarda non ci sarebbe alcun vulnus politico, per il governo. Quanto a Gasparri prendera' le sue decisioni''. ''Io - ha aggiunto Berlusconi - non ho seguito questa legge, non l'ho voluta seguire. Sapete che c'era di mezzo questo benedetto o maledetto conflitto di interesse. Di tante leggi questa e' quella che ho seguito meno''. Dalla legge Gasparri - ha aggiunto Berlusconi - ''Mediaset non ha avuto nulla in piu'''. ''Leggendo i giornali - afferma il premier - sembrava che la legge Gasparri fosse tesa a favorire il gruppo Mediaset. Invece e' vero il contrario, perche' il gruppo Mediaset e' al contrario molto preoccupato dalla concorrenza che si puo' scatenare, del fatto che tutti gli editori possono fare la tv''. Berlusconi dice dunque di aver voluto spiegare che ''Mediaset non ha avuto niente in piu'''. ''Toccato sul vivo di un possibile interesse mio, di un interesse di Mediaset che questa legge favorirebbe ho fatto presente che non e' cosi' - conclude -. Ho solo risposto a chi puo' avere problemi in negativo''.

GASPARRI, ATTENTA VALUTAZIONE OSSERVAZIONI CIAMPI

ROMA - ''Il rispetto per il Capo dello Stato impone un'attenta valutazione delle osservazioni effettuate''. E' il primo commento del ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri al rinvio alle Camere della legge che porta il suo nome da parte del Presidente Ciampi''. ''Non e' certo la prima volta - sottolinea Gasparri in una nota - che una legge viene rinviata alle Camere. Sono sicuro che come e' gia' accaduto in altre legislature e con altri governi, anche in questo caso, sara' il Parlamento ad individuare le soluzioni piu' opportune''.

DDL GASPARRI: CASINI, RISPETTO PER DECISIONE CIAMPI

ROMA - ''Come presidente della Camera dei Deputati, massimo custode delle deliberazioni di questa assemblea, esprimo rispetto per la decisione del Capo dello stato, che come e' noto, ha esercitato una sua prerogativa prevista dalla Costituzione''. Lo ha detto il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini una volta terminata la lettura del messaggio con cui il Capo dello Stato rinvia alle Camere la legge Gasparri. Casini si e' detto certo che alla decisione di Ciampi fara' seguito un attento ed accurato esame parlamentare del provvedimento nell'ambito della corretta dialettica costituzionale.
15/12/2003 23:30

martedì, novembre 18, 2003

Imam Carmagnola, entro sei mesi attacco a Italia

'Verso dicembre saranno colpiti italiani in Iraq'
(fonte: Ansa)
(ANSA) - MILANO, 17 NOV - 'Entro sei mesi si colpira' l'Italia e verso dicembre ci saranno attacchi agli italiani in Iraq'. Lo ha detto l'imam di Carmagnola. 'Saranno presi di mira i simboli istituzionali di citta' come Bologna, Roma, Firenze', ha detto Abdul Mamour in un'intervista che il quotidiano La Padania pubblichera' domani. 'Se la situazione lo richiedesse - ha aggiunto - io sarei pronto a diventare un kamikaze. Ho conosciuto Osama Bin Laden nel 1993 in Sudan e lo considero un valido combattente'.

martedì, novembre 04, 2003

Rubbia: piano oscuro, no al Mit italiano

(fonte: Corriere della Sera 04/11/2003)
«Puntiamo piuttosto sugli enti esistenti e sui giovani ricercatori dimenticati»
Professor Carlo Rubbia le piace l’idea del Mit italiano, il nuovo istituto per la ricerca applicata previsto dalla legge finanziaria?

«Mi pare che non ci sia molta consapevolezza su che cosa significhi la nascita di un organismo del genere: tutto è molto più complicato di quanto si immagina. Nessuno, comunque, mi ha chiesto che cosa ne penso. Invece devo constatare che c’è un silenzio assordante sugli altri enti italiani di ricerca già esistenti come il Cnr, l’istituto di fisica nucleare, lo stesso Enea. Per cominciare a raccogliere qualche frutto da una istituzione nuova occorrerà una decina d’anni e intanto che cosa succede agli altri enti? E poi perché crearne un altro se quelli già attivi possono fare le stesse cose? Di questi, invece, non si parla più. Risolviamo i problemi che hanno ma salviamo ciò che di buono offrono e sosteniamoli con una politica di sviluppo. Si destinano 100 milioni di euro l’anno al neonato organismo quando l’intero contributo dello Stato all’Enea, 3.700 dipendenti e 10 laboratori, è di 200 milioni di euro l’anno. Che cosa poi debba fare il fantomatico Mit italiano è oscuro».


Dovrebbe svolgere una ricerca applicata...

«La ricerca applicata è una banalità. Come diceva Einstein esistono soltanto le applicazioni della ricerca. Prima, però, bisogna investire nella scienza fondamentale. Oggi non avremmo l’ingegneria genetica se Watson e Crick non avessero scoperto cinquant’anni fa la struttura del Dna. Puntare solamente alla ricerca applicata è un grosso errore».

E allora su che cosa dobbiamo puntare?

«Sui ricercatori. Nei discorsi che si ascoltano negli ultimi tempi ci si dimentica degli uomini e delle donne che fanno ricerca. Inseguiamo modelli stranieri ma intanto da tre anni sono bloccate le assunzioni e oggi l’età media di chi lavora è intorno ai 50 anni, quindi fuori gioco. Nel frattempo ci sfuggono le nuove generazioni dalle quali nascono i risultati. In altre parole, si è perso il fulcro della discussione».

E poi su che cosa crede che bisognerebbe investire?

«Sulle infrastrutture, gli strumenti, che nei nostri centri sono vecchi, superati e non ci permettono di essere competitivi. Dobbiamo rimettere in funzione la ricerca pubblica, riempire i laboratori di giovani e la messe fiorirà».

Il ministro Letizia Moratti ha varato una strategia della ricerca. Non è adeguata?


«Sono state formulate solo delle linee guida generali. Possono andare bene ma ancora non c’è un vero piano destinato a precisare che cosa si vuol fare e, soprattutto, con quali risorse. Quel piano, poi, dovrebbe nascere con il concorso degli scienziati e non fatto scendere dall’alto. Così perdiamo tempo e andiamo indietro invece che progredire».

Il governo vuole arrivare per la fine della legislatura a spendere l’1% del Pil nella ricerca pubblica, mentre un altro 1% dovrebbe essere garantito dal mondo privato...

«Mancano due anni alla fine della legislatura e non vedo cambiamenti in prospettiva rispetto alle risorse attuali: alla fine rimarrà il solito 1%, tutto compreso. Nascondersi dietro le difficoltà economiche internazionali non serve. I Paesi nordici sono nella stessa condizione ma investono intorno al 3% e cifre altrettanto pesanti dedicano Francia, Germania, Giappone e Usa. Ci siamo dimenticati che i ministri della ricerca europei a Barcellona nel 2000 si sono impegnati ad arrivare in dieci anni ad una spesa, per l’Ue, pari al 3% del Pil».

Rinnovando le strutture, aprendo ai giovani e garantendo risorse potremmo emergere dal fondo delle statistiche internazionali in cui ci troviamo per innovazione e competitività?

«No. Ci vuole anche un cambiamento di metodo. In Italia si lavora con la mentalità del singolo ricercatore. Invece, oggi, per vincere bisogna fare team. Poi occorre modificare il modo di gestire la ricerca. Un esempio: nel ’99 l’Enea ha presentato un piano sull’idrogeno che doveva essere finanziato con soldi recuperati dalle licenze per i cellulari Umts. Erano stati garantiti 100 milioni di euro. Poi tutto si complicò e solo all’inizio di quest’anno si è iniziata una valutazione, ma con disponibilità ridotta a un quarto. Conclusione: si sono persi 4 anni. Un ricercatore impegnato su questo fronte che cosa dovrebbe fare intanto?».


Per migliorare le cose è utile cercare di riportare a casa gli scienziati italiani che lavorano all’estero?

«In nessun Paese straniero verrebbe in mente di lanciare un’operazione del genere. Io mi preoccuperei soprattutto di quelli che sono in Italia. Abbiamo tanti cervelli eccellenti che non hanno le possibilità di esprimersi: pensiamo a loro invece di rimpatriare uomini con il miraggio di non far pagare le tasse per incentivarli. Pensiamo a non fare scappare quelli che abbiamo, che essendo bravi vengono subito accettati all’estero dove fanno carriera. E poi chi lavora all’estero cosa verrebbe a fare in Italia, senza risorse per la ricerca, senza infrastrutture, senza organizzazione adeguata?».

Non c’è un piano della ricerca, ma pare impossibile anche avere un piano energetico...

«L’Italia è al primo posto al mondo nel prezzo dell’energia elettrica. Perché industriali e cittadini devono spendere tanto? Il problema è nella produzione: impianti vecchi in un sistema mai adeguato alle necessità».

L’Enel collabora con i francesi per studiare un nuovo reattore nucleare di tipo Epr (European Pressurized-Water Reactor)...


«È un dinosauro, un reattore vecchio che cercano di ammodernare e che alla fine avrà costi di produzione dell’energia troppo elevati».

Su che cosa si dovrebbe investire per il futuro?

«Sul solare e sul nucleare sicuro che già esiste. Si possono fabbricare reattori a ciclo chiuso che non presentano il problema delle scorie. E con il solare e il nucleare si può sviluppare l’idrogeno, arrivando all’energia davvero pulita e senza fine. Ma ancora non vedo all’orizzonte strategie o decisioni».



Giovanni Caprara

venerdì, settembre 12, 2003

G8, inchiesta chiusa con 73 avvisi a poliziotti

Settantatre avvisi di fine indagine sono stati inviati stamattina dalla procura di Genova per l'inchiesta sui pestaggi alla scuola Diaz e alla caserma di polizia a Bolzaneto durante il G8 nel capoluogo ligure. Trenta avvisi riguardano dirigenti, funzionari e capisquadra della polizia che hanno preso parte ai blitz a scuola, gli altri sono per le violenze a Bolzaneto.

Per il blitz nella scuola Diaz sono stati indagati alti dirigenti e poliziotti per la vicenda delle due molotov trovate in un'aiuola, portate nella scuola e utilizzate come false prove nei confronti degli occupanti della scuola. Oltre alle accuse formulate nell'indagine preliminare è stato contestato ad alcuni alti dirigenti l'abuso d'ufficio.

Per il falso accoltellamento dell'agente romano Massimo Nucera sono indagati per falso e calunnia anche i superiori che hanno avallato la sua ricostruzione. Gli altri avvisi riguardano vessazioni e abusi subiti dai manifestanti nella caserma della Mobile di Bolzaneto: le ipotesi di accusa sono concorso in lesioni gravi, falso e abuso su detenuti. (red)

(fonte: Kataweb News)

martedì, settembre 09, 2003

Approda sul blog la campagna contro il WTO di Cancun

fonte: Yahoo Italia

ROMA (Reuters) - Ha già registrato centinaia di contatti in poche ore il blog del cartello di associazioni italiane che protestano contro il prossimo vertice dell'Organizzazione mondiale del Commercio (WTO), che si terrà dal 10 al 14 settembre a Cancun, in Messico.

Il blog - contrazione di weblog, diario in rete - è intitolato "Questo mondo non è in vendita", e resterà attivo fino al 16 settembre, "per seguire tutti gli aggiornamenti sulla (riunione) ministeriale di Cancun", scrivono in un comunicato gli organizzatori della campagna, a cui partecipano tra l'altro Arci, Greenpeace, mani tese, Focsiv, Unione degli Studenti.

Gli organizzatori chiedono al governo italiano e all'Unione europea, tra l'altro, di "arrestare il tentativo di allargamento del mandato e dei poteri del WTO in merito alla liberalizzazione degli investimenti", di "escludere la liberalizzazione di tutti i servizi essenziali", di tagliare i sussidi alle esportazioni agricole e di proibire "il riconoscimento della brevettazione delle risorse genetiche".

Nel post più recente, Il blog annuncia un "mail bombing" (letteralmente, un bombardamento email) contro la chat che il commissario europeo al Commercio, il francese Pascal Lamy, terrà oggi dalle 18 alle 20 su Internet proprio per discutere dell'agenda europea per il vertice di Cancun. L'indirizzo del blog è http://campagnawto.splinder.it.

martedì, agosto 19, 2003

CREATO CONGEGNO PER PORTARE GRATIS LUCE IN AMBIENTI BUI

SYDNEY - La luce del sole potra' essere 'catturata' e trasportata anche nei recessi piu' scuri di uffici e luoghi di lavoro, senza l'uso di finestre o lucernari, grazie ad una nuova tecnologia sviluppata da scienziati australiani. Il congegno, mostrato oggi al convegno 'Fresh Science' in corso a Melbourne, usa un 'sandwich' di materiale plastico infuso di tinta fluorescente, come mezzo per trasportare la luce naturale.

Il collettore, costruito dagli studiosi dell'universita' di tecnologia di Sydney, e' compatto, e la luce viene incanalata in fogli di polimeri flessibili che la trasportano fin dove e' necessario. La luce naturale puo' essere distribuita fin negli angoli piu' bui degli edifici con impianti simili a quelli convenzionali, o attraverso le modanature lungo le pareti. Il sistema produce grandi quantita' di luce, ma a differenza delle finestre convenzionali non consente la trasmissione di calore verso l'interno o l'esterno ed elimina i dannosi raggi ultravioletti.

Nel presentare il congegno Alan Earp, dell'equipe che lo ha sviluppato, ha spiegato che esso finora puo' guidare la luce naturale per distanze fino a 10 metri, ma la sua capacita' potra' essere estesa. Il sistema sara' presto commercializzato e dovrebbe raggiungere il mercato entro un anno. ''Quella del sole e' la forma di luce piu' 'amica' per gli utenti, poiche' crea una sensazione naturale e calda negli ambienti e rende invitante qualsiasi spazio di lavoro o abitativo. E quel che piu' conta, e' gratuita'', ha aggiunto Earp.

(originale Ansa)

venerdì, agosto 08, 2003

SCOPERTA LA FORMULA MATEMATICA 'SALVA-MATRIMONIO'

LONDRA - 'Alzi gli occhi al cielo + reagisci con freddezza + ridicolizzi il coniuge = Preparati al divorzio'. E' quanto sostiene uno scienziato americano, che ha messo a punto due formule algebriche per moglie e marito volte a stabilire quali coppie di sposi novelli hanno le migliori chance di vivere felicemente insieme fino a che morte non le separi. L'ideatore delle equazioni che predicono la riuscita o meno dell'unione coniugale e' il professor James Murray della University of Washington di Seattle (Usa). Secondo lo studioso, che ha presentato per la prima volta il sistema algebrico alla conferenza di biologia matematica all'universita' di Dundee in Scozia, l'equazione difficilmente sbaglia: nel 94% dei casi infatti, sostiene il matematico, puo' prevedere con esattezza quale sara' l'esito del matrimonio.

La formula e' stata elaborata esaminando 700 coppie di King County, Seattle, nell'arco di 10 anni. L'esperimento, condotto da Murray insieme con lo psicologo John Gottman, includeva l' osservazione delle coppie mentre erano impegnate in una conversazione di 15 minuti poco dopo che si erano sposate. Come tema di discussione veniva scelto un argomento controverso come l'educazione dei figli, il sesso o i soldi e la capacita' di comunicare veniva valutata con punteggi positivi e negativi. Un atteggiamento scherzoso, un'intonazione dolce della voce, sorrisi e gesti affettuosi comportavano l'assegnazione di punti positivi. Viceversa l'alzare gli occhi al cielo, il criticare, denigrare e trattare con freddezza erano giudicati con punti negativi.

''Abbiamo usato per l'assegnazione dei punti un metodo di valutazione psicologica consolidato, come -3 per il disprezzo e +2 per il senso dell'umorismo'', ha spiegato Murray, autore di 'Mathematics for Marriage' (Matematica per il matrimonio) al quotidiano The Daily Telegraph. ''Poi abbiamo trasposto i punti su un grafico e siamo riusciti a predire le probabilita' di divorzio convertendoli in termini algebrici'', ha aggiunto il professore sottolineando che la percentuale di riuscita della formula e' stata ''incredibile''.

Secondo Murray, che e' da parte sua felicemente sposato da 40 anni, il sistema non solo permette di calcolare come i coniugi interagiscono tra loro, ma mette anche il dito sulle cause dei problemi della coppia indicando la via da seguire per salvare il matrimonio. L'equazione della moglie e' la seguente: w(t+1)= a+ r1*w(t)+ihw[h(t)], dove ''w'' sta per wife (moglie), h per husband (marito) e t per time (tempo); ''a'' e' una costante che rappresenta lo stato d'animo della moglie quando non e' con il marito; ''r1*w(t)'' indica la facilita' con cui puo' cambiare lo stato d'animo della moglie quando parla con il marito; ''ihw'' e' la cosiddetta ''funzione dell'influenza'' ovvero la misura dell'influenza che i commenti del marito esercitano sulla moglie; ''h(t)'' indica il punteggio del marito durante i 15 minuti di conversazione con la moglie e infine ''w(t+1)'' rappresenta come la moglie abbia reagito alla conversazione con il marito. Piu' alto e' questo valore, maggiore e' la probabilita' di divorzio.

L'equazione del marito e' h(t+1)=b+r2*h(t)+iwh[w(t)]. ''b'' e' una costante e rappresenta lo stato d'animo del marito quando non e' con la moglie; ''r2*h(t)'' indica la facilita' con cui il marito cambia stato d'animo quando parla con la moglie; ''iwh'' e' la funzione dell'influenza che misura quanto i commenti della moglie abbiano delle ripercussioni sul marito; ''w(t)'' rappresenta il punteggio riportato dalla moglie durante i 15 minuti di conversazione con il marito e ''h(t+1)'' indica come il marito ha reagito alla conversazione con la moglie. Anche in questo caso, piu' alto e' questo valore, maggiori sono le probabilita' di divorzio.
08/08/2003 21:33

lunedì, luglio 21, 2003

CARABINIERE SPARA E UCCIDE GIOVANE DURANTE CONTROLLO

BRESCIA - Ancora molti lati oscuri sull' episodio avvenuto nella tarda serata di ieri a Roncadelle, nel Bresciano, dove il 23enne Stefano Cabiddu e' morto dopo essere stato ferito da un colpo di pistola esploso da un carabiniere. Il giovane abitava a Crema (Cremona) ed era un operaio edile specializzato nella costruzione di manufatti in cemento. Era originario della Sardegna. Cabiddu si trovava a Roncadelle con i fratelli Raffaele ed Efisio, entrambi piu' anziani di lui e residenti a Orzivecchi (Brescia), ai quali, da quanto si e' appreso, era molto legato. Dalla Sardegna e' partita la madre dopo essere stata avvisata di quanto accaduto. Il fatto e' avvenuto verso le 22:30 in una zona buia, alle spalle di un centro commerciale. La pattuglia di due militari e' intervenuta per un controllo dopo una segnalazione da parte del personale di un istituto di vigilanza privato, che aveva notato movimenti sospetti. Secondo una prima ricostruzione, il giovane ha avuto un atteggiamento definito ''minaccioso'' nei confronti del carabiniere, che ha reagito sparando. I fratelli, che in quel momento si trovavano in macchina, sono stati accompagnati in caserma. I tre sarebbero arrivati sul posto con un'auto, una Fiat Uno di colore blu, sulla quale sono in corso accertamenti. Sul luogo dell'uccisione i carabinieri stanno anche lavorando con i metal detector, probabilmente alla ricerca di armi eventualmente abbandonate. Il carabiniere che ha sparato - afferma il suo comando che conferma un ''atteggiamento minaccioso'' da parte della vittima, ma non una sua reazione armata - in passato si era distinto in operazioni antidroga. In una di queste aveva inseguito e catturato in un fiume uno spacciatore, che in precedenza aveva tentato di colpirlo con un coltello. (ANSA)
21/07/2003 12:55

© Copyright ANSA Tutti i diritti riservati

GIOVANE UCCISO DA CC: VERTICE IN PROCURA A BRESCIA

BRESCIA - Sulla morte di Stefano Cabiddu, ucciso da un colpo sparato da un carabiniere, si e' svolto un vertice negli uffici della Procura della Repubblica di Brescia. Vi hanno preso parte il Procuratore Giancarlo Tarquini, il pm Silvia Bonardi, titolare delle indagini, e il comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Carmine Adinolfi. Al termine, nessuna dichiarazione.
Raffaele Cabiddu, fratello della vittima, ha invece riferito che ''ci hanno detto che e' stato un incidente''. Secondo Cabiddu sarebbe cio' che pensano i carabinieri della morte di Stefano. Sul perche' si trovassero dietro al centro commerciale, tra cespugli e alberi, e' l'altro fratello Efisio, distrutto dal dolore, a rispondere: ''Ve lo devo proprio dire? Eravamo in quel posto per un bisogno di uno di noi''. Aggiunge poi: ''L'unica cosa che conta, pero', in questo momento e' che nessuno ci ridara' piu' nostro fratello''.
21/07/2003 20:36

giovedì, luglio 17, 2003

IL PESCE GRANDE E LA LEGGE GASPARRI

Chi è avvantaggiato dal riassetto televisivo

di GIOVANNI SARTORI

Il nostro capo del governo ha finalmente ammesso, all’estero, che, sì, la sua maggioranza ha varato tre leggi pro domo sua , fatte su misura per lui: la legge sulle rogatorie internazionali (intesa a ostacolarle), la legge Cirami (intesa a facilitare lo spostamento dei processi) e ora il cosiddetto lodo Maccanico-Schifani (che gli assicura, in sostanza, una immunità a vita). Ma temo che l’elenco sia incompleto. Anche la legge sul falso in bilancio - derubricato a infrazione meramente amministrativa - fa più comodo a lui che a qualsiasi altro frodatore del fisco. E poi sono in dirittura di arrivo la legge Gasparri sul riassetto televisivo e, dulcis in fundo , la legge Frattini sul conflitto di interessi. Berlusconi si è difeso, nell’ammettere i tre peccatucci «interessati» da lui ammessi, facendo presente che la sua maggioranza ha anche varato un 250 leggi «disinteressate». Tre o anche sei contro 250 fa quantomeno patta, no? Secondo me, no. Perché la legge Gasparri basta da sola a riportare Berlusconi in vantaggio. Per non parlare della micidiale legge Frattini, della quale parlerò non appena verrà rimessa in pista.
Tutti convengono che l’universo dei media debba essere sistemato da una «legge di sistema» (si dice così, io ripeto). Deve essere sistemato a tergo, e cioè rispetto alle leggi tampone Mammì (del 1990) e Maccanico (del 1997), e anche alle sentenze della Corte Costituzionale, che tra l’altro impongono a Mediaset di trasferire Retequattro (che dal luglio 1999 opera, nella patria del diritto, senza regolare concessione) su satellite. E deve anche essere sistemato a futura memoria, perché la rivoluzione digitale è in arrivo e la dobbiamo fronteggiare.
Dunque, legge di sistema sì. Ma tutti i salmi finiscono in gloria. Il che vuol dire che in Italia, oggi, tutti i salmi finiscono in casa Berlusconi. Difatti la legge Gasparri eccelle soprattutto nel sistemare gli interessi di Sua Emittenza, visto che gli regala tre cose: 1) gli salva Retequattro; 2) gli consente di aumentare la sua quota di pubblicità; 3) gli consente di invadere più che mai l’editoria e i giornali. Il marchingegno che avvia questa pioggia di benefici è di cambiare la base del calcolo. La legge Maccanico stabiliva un tetto del 30 per cento del mercato per ciascun operatore. La Gasparri fa scendere a 20 per cento questo tetto, ma (ecco il trucco) amplia a dismisura il paniere delle risorse che lo vanno a determinare. Per illustrare, il 30% di cento, è trenta; ma il 20% di duecento, è quaranta. Così Berlusconi si tiene tutto e può crescere in quota pubblicità strozzando sempre più la concorrenza.
Non basta. La legge Mammì frenava la «convergenza multimediale» vietando a chi possedeva tre reti tv di possedere quotidiani. Con la Gasparri questo divieto andrà a cadere. Così Berlusconi potrà comprare i suoi concorrenti, cioè almeno un grande gruppo editoriale. Si risponde che è anche consentito agli altri di comprare lui. Ridiamo tutti assieme. Io ho sempre saputo che è il pesce più grande che mangia i pesci più piccoli. Fininvest-Mediaset capitalizza (all’ingrosso) 10 miliardi di euro. Gli altri messi assieme arrivano a poco più di 3 miliardi; non potrebbero certo mangiare Berlusconi.
Se la Gasparri passerà - è in preventivo per la prossima settimana -, andrà di bene in meglio per Sua Emittenza, e di male in peggio per la libertà di sapere e di dire.

sabato, luglio 05, 2003

L'Unione italiana lavoratori Polizia contro la patente a punti

(Kwnews) Dove si prenderanno gli uomini per fronteggiare l'emergenza legata ai nuovi inserimenti per le segnalazioni della patente a punti? Se lo chiede l'Unione italiana lavoratori Polizia di stato (Uilps), secondo la quale "la nuova patente a punti e l'inasprimento delle sanzioni per i trasgressori del codice della strada serviranno a ben poco se non si adegueranno gli organici della Polizia stradale che non riesce, nelle autostrade, a garantire efficienti servizi di vigilanza. Le norme da sole non bastano, se si vuole un maggior controllo della viabilità".

Infatti, per il sindacato di polizia, bisogna essere consapevoli che "la sicurezza ha un costo e con i bilanci tagliati dell'ultima finanziaria, la Polizia di stato puo' fare ben poco. Non ci sono gli uomini per formare le pattuglie, scarseggiano persino i fondi per la benzina, e non ci sono le autovetture".

Anche per queste ragioni, la Uilps critica fortemente i vertici della Polizia stradale, e chiede al "capo della Polizia di affrontare con urgenza il problema" poichè "ritiene che vi sia anche la necessità di una riorganizzazione del servizio".

sabato, giugno 14, 2003

Un'istituzione di garanzia

Il ruolo del Corriere, un saluto ai lettori
di FERRUCCIO DE BORTOLI

Un giornale di grande prestigio e tradizione cambia guida ma rimane sempre se stesso. In particolare il Corriere che è una delle pochissime istituzioni di garanzia di questo Paese. Da domani lo firmerà Stefano Folli, collega di grande valore, accolto dalla redazione con un larghissimo voto di fiducia. La scelta personale di chi scrive ha suscitato interpretazioni esagerate, a destra e a sinistra. Ricordo che nella sinistra al potere c’era chi voleva farmi condannare dall’Ordine dei giornalisti (e per un voto non ci riuscì) oltre a trascinarmi in tribunale, come avrebbe fatto poi la destra negli anni successivi, ultimi gli avvocati del premier (che spero, ora, non si ritirino). Questo per dire che un quotidiano indipendente, impegnato a ragionare sui fatti senza le lenti dell’ideologia o delle appartenenze, dà fastidio sempre. Una novità di rilievo nel mondo della comunicazione è poi inevitabilmente oggetto di discussioni, specie in un Paese governato da un editore; lo sarebbe di meno se si fosse risolto il famoso conflitto di interessi, che anziché ridursi si è ampliato.

Il Corriere ha cercato di essere in questi anni il giornale laico e liberale del dialogo, fedele ai valori della propria tradizione (dalla scelta europea all’economia di mercato, quella vera; dal maggioritario alla costruzione di un autentico sistema bipolare dell’alternanza). Ci siamo sforzati di proporre al lettore il massimo ventaglio delle opinioni, nel rigore delle inchieste e delle cronache, mai di parte. Ma soprattutto nella coltivazione quotidiana del dubbio. Abbiamo preso, quand’era necessario, posizione. Dicendo per esempio sì a due guerre, in Kosovo e in Afghanistan, ma raccontandole senza indossare alcuna divisa o, peggio, un elmetto. Abbiamo detto di no alla terza, l’ultima, quella dichiarata per togliere a un regime odioso le armi di distruzione di massa (che non sono state trovate).

Abbiamo creduto, e crediamo, in un Paese moderno in cui l’opposizione non pensi che chi governa sia un usurpatore della volontà popolare e chi sta al potere non tratti la minoranza come un relitto del passato. Discutano maggioranza e opposizione dei veri problemi italiani, diano insieme l’esempio che in una vera democrazia liberale il rispetto dell’opinione degli altri è un principio irrinunciabile. E’ troppo? Pare di sì. Siamo convinti che chi governa non debba scambiare il consenso per legittimità assoluta: il voto popolare è sacro ma non è un mandato in bianco. C’è una Costituzione, ci sono princìpi e garanzie. Intralci alle riforme? Macché, si facciano, le riforme, magari con la stessa determinazione con la quale si varano provvedimenti personali destinati a incidere sui processi in corso. Senza insultare la magistratura, sulle cui colpe «politiche» non siamo mai stati in questi anni teneri. Basta con le risse. E attenzione a un Paese che non perde occasione, in molte delle sue leggi recenti (condoni compresi) e in diversi comportamenti pubblici, di abbassare il tasso di legalità, deprimendo ancor di più la propria immagine all’estero.

Si è parlato di un declino economico, ma più grave è il declino politico, istituzionale e morale. La politica si separa sempre più dalla morale; l’attività di governo confina pericolosamente con gli affari, non sempre pubblici; la libertà d’informazione è vista con insofferenza crescente. Per fortuna c’è un’Italia migliore, moderata, aperta, europea, in un polo e nell’altro. E per fortuna c’è il Corriere che resta e resterà sempre un’istituzione di garanzia. Non asservita a nessuno. Dunque, scomoda, scomodissima.

Un grazie di cuore ai lettori, scusandomi per gli errori commessi. Un grazie alla redazione, straordinaria, e in particolare ai vicedirettori Carlo Verdelli, Paolo Ermini e Massimo Gaggi; un grazie all’editore e agli azionisti. E un pensiero affettuoso alla memoria di Maria Grazia Cutuli, di Walter Tobagi e di tutti quelli che sono morti facendo questo mestiere. Che amavano, come noi, molto.
14 giugno 2003

martedì, giugno 10, 2003

Dentro Matrix nel deserto dell'irreale

(fonte: www.ilmanifesto.it)

Come sfuggire alle trappole della lettura filosofica dei film dei fratelli Wachowski. I due episodi di Matrix sono la rappresentazione dei conflitti del presente e parlano alla sinistra. Esercitare «resistenze» locali, ribellarsi apertamente o allearsi con il capitale illuminato della rete?
Input e output Mentre la prima parte era dominata dalla spinta a uscire da Matrix, la seconda chiarisce che la battaglia deve essere vinta all'interno
SLAVOJ ZIZEK
C'è qualcosa di intrinsecamente stupido e ingenuo nel prendere sul serio le basi «filosofiche» della serie Matrix e nel discuterne le implicazioni: i fratelli Wachowski ovviamente non sono dei filosofi, ma solo due persone che flirtano superficialmente con alcune nozioni «postmoderne» e New Age sfruttandole in modo confuso. Matrix è uno di quei film che funzionano come una sorta di test di Rorschach, mettendo in moto il processo del riconoscimento universalizzato, come il proverbiale dipinto di Dio che sembra sempre osservare direttamente voi, da qualunque angolazione lo guardiate: praticamente ogni orientamento sembra riconoscersi in esso. I miei amici lacaniani mi dicono che gli autori devono avere letto Lacan; i cultori della Scuola di Francoforte vedono in Matrix l'incarnazione estrapolata della Kulturindustrie, la Sostanza sociale (del Capitale) alienata-reificata prendere direttamente il sopravvento, colonizzare la nostra stessa vita interiore usandola come fonte di energia; gli amanti della New Age vedono in essa la fonte delle speculazioni su come il nostro mondo sia solo un miraggio generato da una Mente globale incarnata nel World Wide Web; per non parlare della presenza pervasiva di Jean Baudrillard... Questa serie arriva fino alla Repubblica di Platone: Matrix non ripete forse esattamente il dispositivo platonico della caverna (gli esseri umani come prigionieri, legati al loro posto e costretti a guardare l'ombra di (quella che loro erroneamente ritengono essere) la realtà - in breve, proprio la posizione degli spettatori al cinema? Questa ricerca del contenuto filosofico di Matrix è perciò una tentazione, una trappola da evitare. Simili letture pseudo-sofisticate che proiettano nel film le raffinate distinzioni concettuali filosofiche o psicanalitiche sono molto inferiori, per effetto, a una immersione innocente come quella a cui ho assistito vedendo Matrix in un cinema in Slovenia. Ho avuto l'opportunità unica di sedere vicino allo spettatore ideale del film - vale a dire, un idiota. Un uomo quasi trentenne alla mia destra era così immerso nel film che ha disturbato per tutto il tempo gli altri spettatori con esclamazioni come «Mio Dio, wow, dunque la realtà non esiste! Dunque siamo tutti marionette!»

Comunque, la cosa interessante è leggere i film della serie Matrix non in quanto conterrebbero un discorso filosofico congruente ma in quanto rendono, nelle loro stesse incongruenze, gli antagonismi della nostra difficile situazione ideologica e sociale. Che cos'è, allora, Matrix? Semplicemente ciò che Lacan ha chiamato «l'Altro», l'ordine simbolico virtuale, la rete che struttura per noi la realtà. Questa dimensione del «grande Altro» è quella della alienazione costitutiva del soggetto nell'ordine simbolico: l'Altro tira i fili, il soggetto non parla, «è parlato» dalla struttura simbolica. In breve, questo «Altro» è il nome della Sostanza sociale, di tutto quello a causa di cui il soggetto non domina mai completamente gli effetti dei suoi atti, ossia a causa di cui l'esito finale della sua attività è sempre qualcosa d'altro rispetto a quello a cui egli mirava o che aveva previsto. E le incongruenze della narrazione filmica rispecchiano perfettamente le difficoltà che incontriamo nello spezzare le costrizioni della sostanza sociale.

Quando Morpheus cerca di spiegare all'ancora perplesso Neo che cos'è Matrix, egli la collega a un errore nella struttura dell'universo: «È tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra nel mondo. Non sai bene di che si tratta ma l'avverti, è un chiodo fisso nel cervello, da diventarci matto». Qui il film incontra la sua incongruenza maggiore: l'esperienza della mancanza/dell'incongruenza/dell'ostacolo dovrebbe dimostrare che la realtà da noi vissuta come esperienza è un falso. Comunque verso la fine del film Smith, l'agente di Matrix, dà una spiegazione differente, molto più freudiana: «Sapevi che la prima Matrix è stata progettata per essere un mondo umano perfetto? Un mondo in cui nessuno soffrisse, in cui tutti fossero felici? È stato un disastro. Nessuno accettava il programma. /.../ come specie, gli esseri umani definiscono la loro realtà attraverso la sofferenza e la miseria».

L'imperfezione del nostro mondo è così allo stesso tempo il segno del suo essere virtuale e il segno della suo essere reale. Si potrebbe sostenere con successo che l'agente Smith (non dimentichiamolo: non un essere umano come gli altri, ma la diretta incarnazione virtuale di Matrix - dell'Altro) rappresenta la figura dell'analista dentro l'universo del film: la sua lezione è che l'esperienza di un ostacolo insormontabile è la condizione necessaria affinché noi umani percepiamo qualcosa come realtà - la realtà è in ultima istanza ciò che resiste.

Legato a questa incongruenza è lo status ambiguo della liberazione dell'umanità annunciata da Neo nell'ultima scena. L'intervento di Neo, determina un «errore di sistema» in Matrix; allo stesso tempo, Neo si rivolge a quanti sono ancora bloccati in Matrix come il Salvatore che gli insegnerà come liberarsi dai vincoli di Matrix: loro riusciranno a superare le leggi fisiche, piegare i metalli, librarsi nell'aria... Comunque, il problema è che tutti questi «miracoli» sono possibili solo se restiamo all'interno della realtà virtuale sostenuta da Matrix e pieghiamo o cambiamo soltanto le sue regole: il nostro «vero» status è ancora quello di schiavi di Matrix. Noi, per così dire, abbiamo solo più potere di cambiare le regole della nostra prigione mentale - perciò, che ne dite di uscire da Matrix per entrare nella «realtà reale», in cui siamo creature miserabili che abitano la superficie distrutta della terra? Dunque la soluzione è forse una strategia postmoderna di «resistenza» consistente nel «sovvertire» o «spiazzare» continuamente il sistema del potere, o un tentativo più radicale di annientarlo?

C'è un'altra scena memorabile in cui Neo deve scegliere tra la pillola rossa e quella blu; la sua scelta è tra la Verità e il Piacere: tra un risveglio traumatico nel Reale e il persistere nell'illusione regolata da Matrix. Egli sceglie la Verità, al contrario del più spregevole personaggio del film, l'informatore-agente di Matrix tra i ribelli che, nella scena memorabile del dialogo con Smith, l'agente di Matrix, raccoglie con la forchetta un pezzo di una bistecca succulenta e dice: «lo so che è solo un'illusione virtuale, ma non me ne importa perché il suo gusto è vero». In breve, egli segue il principio del piacere secondo cui è preferibile restare nell'illusione, anche se sappiamo che è solo un'illusione.

Comunque, la scelta di Matrix non è così semplice: che cosa, esattamente, offre Neo all'umanità alla fine del film? Non un risveglio diretto nel «deserto del Reale», ma un libero fluttuare nella moltitudine di universi virtuali: invece di essere semplicemente schiavi di Matrix, ci si può liberare imparando a piegare le sue regole - si può cambiare le regole del nostro universo fisico e così imparare a volare liberamente e violare altre leggi fisiche. In breve, la scelta non è tra l'amara verità e l'illusione piacevole, ma piuttosto tra i due modi dell'illusione: il traditore è destinato all'illusione della nostra «realtà», dominata e manipolata da Matrix, mentre Neo offre all'umanità l'esperienza dell'universo come campo da gioco in cui possiamo giocare una moltitudine di giochi, passando liberamente dall'uno all'altro, trasformando le regole che determinano la nostra esperienza della realtà

In senso adorniano, bisognerebbe dire che queste incongruenze sono il momento di verità del film: esse segnalano gli antagonismi della nostra esperienza sociale tardo-capitalistica, antagonismi concernenti coppie ontologiche fondamentali come realtà e dolore (realtà come ciò che disturba il regno del principio di piacere), libertà e sistema (la libertà è possibile solo all'interno del sistema che impedisce il suo pieno dispiegamento). Comunque, la forza ultima del film va nondimeno individuata a un livello diverso. L'impatto eccezionale del film è dovuto non tanto alla sua tesi centrale (ciò che viviamo come realtà è una realtà virtuale artificiale generata da «Matrix», mega-computer collegato direttamente alla mente di tutti noi), ma nella sua immagine centrale dei milioni di esseri umani che conducono una vita claustrofobica in una incubatrice piena d'acqua, tenuti in vita per generare l'energia (l'elettricità) per Matrix. Così quando (alcune delle) persone «si risvegliano» dalla loro immersione nella realtà virtuale controllata da Matrix, questo risveglio non è l'apertura nel grande spazio della realtà esterna, ma prima l'orribile realizzazione di questa condizione di questa recinzione, dove ciascuno di noi è in effetti solo un organismo fetale, immerso nel fluido prenatale... Questa assoluta passività è la fantasia forclusa che sostiene la nostra esperienza cosciente in quanto soggetti attivi, che si auto-determinano - è la fantasia ultima e perversa, la nozione per cui noi siamo in ultima analisi strumenti della jouissance dell'Altro (di Matrix) a cui viene succhiata la nostra sostanza vitale come fossimo delle batterie. Questo ci porta al vero enigma libidinale: perché Matrix ha bisogno dell'energia umana? La soluzione puramente energetica è, naturalmente, insignificante: Matrix avrebbe potuto facilmente trovare un'altra, più affidabile, fonte di energia che non richiedesse la soluzione estremamente complessa della realtà virtuale coordinata per milioni di unità umane. La sola risposta congrua è: Matrix si nutre della jouissance umana. Così torniamo nuovamente alla fondamentale tesi lacaniana che l'Altro stesso, lungi dall'essere una macchina anonima, necessita dell'afflusso costante di jouissance. In questo risiede la corretta intuizione di Matrix: nella sua giustapposizione dei due aspetti della perversione - da una parte, la riduzione della realtà a un dominio virtuale regolato da norme arbitrarie che possono essere sospese; dall'altra, la verità nascosta di questa libertà, la riduzione del sogetto a una passività ridotta completamente a strumento.

Matrix Reloaded propone - o piuttosto, gioca con - una serie di modi di superare le incongruenze della puntata precedente. Ma nel fare questo, resta intrappolato nelle sue nuove incongruenze. Il finale del film è aperto e incerto non solo narrativamente, ma anche in relazione alla visione dell'universo su cui poggia. Il tono fondamentale è quello di sospetti e complicazioni ulteriori che rendono problematica la semplice e chiara ideologia della liberazione da Matrix che sostiene la prima parte. Il rituale estatico della comunità nella città sotterranea di Zion non può che ricordare una cerimonia religiosa fondamentalista. Vengono gettati dei dubbi sulle due figure profetiche cruciali. Le visioni di Morpheus sono vere, o è un pazzo paranoico che impone spietatamente le sue allucinazioni? Neo non sa nemmeno se può fidarsi dell'Oracolo, una donna che prevede il futuro: anche lei sta manipolando Neo con le sue profezie? È una rappresentante dell'aspetto positivo di Matrix, in contrasto con l'agente Smith che, nella seconda parte, si trasforma in un eccesso di Matrix, un virus impazzito che cerca di non farsi distruggere moltiplicandosi? E che dire delle criptiche affermazioni dell'Architetto di Matrix, colui che ha scritto il suo software, il suo Dio? Egli informa Neo che in effetti sta vivendo nella sesta versione aggiornata di Matrix: in ciasuna di esse è sorto un salvatore, ma il suo tentativo di liberare l'umanità si è risolto in una catastrofe di enormi proporzioni. Allora la ribellione di Neo, lungi dall'essere un evento unico, è solo parte di un ciclo più grande di turbamento e riparazione dell'Ordine? Verso la fine di Matrix Reloaded, ogni cosa viene così messa in dubbio: la domanda non è solo se eventuali rivoluzioni contro Matrix possano compiere ciò che esse propugnano o se debbano finire in un'orgia di distruzione, ma piuttosto se esse non siano messe in conto, se non addirittura pianificate, da Matrix. Allora, anche coloro che sono liberati da Matrix sono in realtà liberi di fare una scelta? La soluzione è rischiare comunque la ribellione aperta, rassegnarsi ai giochi locali di «resistenza», restando all'interno di Matrix, o magari a cimentarsi in una collaborazione inter-classista con le forze «positive» in Matrix? È qui che finisce Matrix Reloaded: in una mancata «mappatura cognitiva» che rispecchia perfettamente la triste condizione della Sinistra odierna e la sua lotta contro il Sistema.

Una piega ulteriore è fornita proprio alla fine del film quando Neo, alzando semplicemente la mano, ferma magicamente le perfide macchine simili a calamari che attaccano gli umani. Come ha potuto fare questo nel «deserto del reale», non in Matrix dove, naturalmente, egli può fare meraviglie, congelare il corso del tempo, sconfiggere le leggi di gravità ecc.? Questa incongruenza inspiegata rimanda alla soluzione che «tutto ciò che esiste è generato da Matrix», che non c'è una realtà ultima? Sebbene tale tentazione «postmoderna» - trovare una facile scappatoia dalle confusioni proclamando che tutto ciò che esiste è la serie infinita di realtà virtuali che si rispecchiano l'una nell'altra - sia da rigettare, c'è una intuizione corretta in questo complicarsi della divisione pura e semplice tra la «realtà reale» e l'universo generato da Matrix: anche se la battaglia si svolge nella «realtà reale», lo scontro cruciale deve essere vinto in Matrix. Questo è il motivo per cui bisogna (ri)entrare nel suo universo fittizio virtuale. Se lo scontro fosse avvenuto solo nel «deserto del reale», avremmo avuto l'ennesima noiosa distopia sulle rovine della lotta dell'umanità contro le macchine cattive.

Per dirla nei termini della cara vecchia opposizione marxista struttura/sovrastruttura: bisognerebbe tenere conto della irriducibile dualità, da una parte, dei processi materiali socio-economici «oggettivi» che avvengono nella realtà oltre che, dall'altra parte, del processo politico-ideologico vero e proprio. E se il dominio della politica fosse intrinsecamente «sterile», un teatro delle ombre, ma nondimeno cruciale nella trasformazione della realtà? Così, anche se l'economia è la vera sede e la politica è un teatro delle ombre, la battaglia principale va combattuta nella politica e nell'ideologia. Si consideri la disintegrazione del potere comunista alla fine degli anni `80: anche se l'evento principale è stato l'effettiva perdita del potere statale da parte dei comunisti, la frattura cruciale è avvenuta a un diverso livello: in quei magici momenti in qui, sebbene formalmente i comunisti fossero ancora al potere, la gente all'improvviso non ha più avuto paura e non ha più preso seriamente la minaccia; così, anche se delle battaglie «reali» con la polizia continuavano, tutti in qualche modo sapevano che «il gioco» era «finito»... Il titolo Matrix Reloaded è così alquanto appropriato: se la prima parte era dominata dalla spinta a uscire da Matrix, a liberarsi dalla sua presa, la seconda parte chiarisce che la battaglia deve essere vinta all'interno di Matrix, che bisogna tornare ad essa.

In Matrix Reloaded, i fratelli Wachowski hanno coscientemente sollevato queste questioni, mettendoci davanti a tutte le complicazioni e alle confusioni del processo di liberazione. Così facendo si sono messi in una situazione difficile: ora hanno davanti a sé un compito quasi impossibile. Per riuscire, la futura terza parte, The Matrix Revolutions, dovrà produrre niente meno che la risposta appropriata ai dilemmi della politica rivoluzionaria oggi, un modello per l'atto politico che la Sinistra sta disperatamente cercando.

(Traduzione Marina Impallomeni)

giovedì, giugno 05, 2003



Iraq. Wolfowitz: armi di distruzione di massa sono giustificazione "burocratica" della guerra
Fonte: Rai News24 - http://www.rainews24.rai.it/Notizia.asp?NewsID=37604
Wolfowitz: "Era la sola ragione sulla quale tutti potevano essere d'accordo"

Washington, 29 maggio 2003 - L'amministrazione Bush ha deciso per "motivi di burocrazia" di giustificare una guerra in Iraq mettendo in evidenza la minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa. Ma questa non è stata la ragione principale del conflitto.

Lo ha ammesso il vice segretario americano alla Difesa Paul Wolfowitz in un'intervista alla rivista Vanity Fair.

Gli Stati Uniti volevano la guerra per rovesciare Saddam Hussein, ha riconosciuto Wolfowitz, e "per motivi di burocrazia, ci siamo messi d'accordo sulla questione delle armi di distruzione di massa poichè era la sola ragione sulla quale tutti potevano essere d'accordo".

E in Gran Bretagna il governo è in difficoltà per gli stessi motivi. Dopo che, nei giorni scorsi, il segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld aveva affermato che l'Iraq ha distrutto le sue armi illegali prima del conflitto, alcuni parlamentari vogliono istituire una commisssione d'inchiesta per verificare l'attendibilità delle informazioni sulle armi irachene date dal governo di Tony Blair alla vigilia della guerra.

giovedì, maggio 29, 2003

CORSERA: STEFANO FOLLI DESIGNATO NUOVO DIRETTORE

MILANO - L' editorialista del Corriere della Sera Stefano Folli e' stato designato per la direzione del quotidiano dopo le dimissioni di Ferruccio De Bortoli, che ha respinto l'invito degli azionisti del Corriere della Sera a restare alla guida della testata. E' quanto si apprende da fonti del consiglio di amministrazione. Benche' abbia avuto rinnovata la fiducia della proprieta', che nel corso delle riunioni ne ha a lungo elogiato l'operato, De Bortoli avrebbe ribadito di voler lasciare ed ha quindi confermato le proprie dimissioni.Il clima, ha detto una fonte qualificata, e' stato molto tranquillo e sereno.
''Con le decisioni prese sono state confermate e ribadite l'autonomia e l'indipendenza del Corriere della Sera''. Questo il commento di Maurizio Romiti, amministratore delegato di Rcs Mediagroup.
29/05/2003 21:45

EDITORIA: CORSERA; STEFANO FOLLI, UN ALLIEVO DI SPADOLINI

ROMA - Stefano Folli, designato oggi a succedere a Ferruccio De Bortoli come direttore del Corriere della Sera, ha gia' avuto un incarico di direttore responsabile: ha diretto infatti la Voce Repubblicana, l' organo storico del PRI. Un'origine professionale e politica legata ad una stretta collaborazione con Giovanni Spadolini. Folli, che e' uno dei piu' conosciuti notisti politici italiani, e' nato a Roma il 18 giugno 1949 ed e' iscritto fra i giornalisti professionisti dal 1975. Sposato, ha un figlio. Dopo l' esperienza alla Voce Repubblicana Folli h anche lavorato al quotidiano romano Il Tempo ed e' entrato al Corriere della Sera durante la direzione di Ugo Stille. Nella sua carriera ha avuto riconoscimenti per l' attivita' professionale: recentemente e' stato finalista del Premio Casalegno.
29/05/2003 22:06

giovedì, maggio 01, 2003

IMI-SIR/LODO: LA LETTERA DI BERLUSCONI AL 'FOGLIO'

''Caro direttore, scrivo a lei perche' il suo giornale e' stato l'unico a ricordare i due giorni terribili della democrazia italiana, il 29 e il 30 aprile del 1993. Il 29 aprile di dieci anni fa un uomo di Stato inviso agli ex comunisti del Pds e al loro 'partito giudiziario', Bettino Craxi, fu sottoposto al voto segreto della Camera dei deputati.
Bisognava decidere se la richiesta di indagare su di lui e di processarlo, da parte del notorio pool milanese, fosse o no viziata dal sospetto di persecuzione politica. Nella liberta' della loro coscienza, dunque a voto segreto, i deputati dissero che quel sospetto c'era e che Craxi andava sottratto a un'azione giudiziaria non onesta ne' imparziale. Con procedura straordinaria ed emergenziale, per responsabilita' politiche e istituzionali che sono ancor oggi sotto gli occhi di tutti coloro che non dimenticano le offese alle istituzioni democratiche, il voto segreto, da sempre l'ultimo scudo della liberta' parlamentare nei voti su casi personali e di coscienza, fu abolito in pochi giorni. E fu incardinata con brutalita' decisionale la riforma costituzionale che porto' di li' a qualche mese all'abolizione dell'immunita' parlamentare varata con la Costituzione repubblicana dai padri fondatori dell'Italia moderna. Il 30 aprile, esattamente dieci anni prima del giorno in cui le scrivo, fu aizzata dalla sinistra forcaiola, sotto la residenza privata di Craxi a Roma, una piazza urlante che, a colpi di insulti e monetine, rinverdi' con altri mezzi il cupo ricordo di altri linciaggi''.
''Eugenio Scalfari, sul giornale dell'ingegner Carlo De Benedetti, scrisse il 30 aprile - prosegue la lettera - un articolo ispirato alla piu' devastante demagogia reazionaria, associandosi alla marmaglia e alle sue grida e lanciando la sua monetina: i parlamentari avrebbero dovuto secondo lui vergognarsi di quel voto libero e segreto, e un'opinione pubblica montata sugli scudi del gruppo editoriale debenedettiano e dei suoi amici avrebbe dovuto rovesciare quel voto per aprire a colpi d'ariete la porta alla reazione giustizialista, per distruggere la sovranita' del Parlamento e instaurare la Repubblica delle procure. Nei mesi successivi questo e non altro accadde in Italia, e solo la reazione democratica messa in campo dalla nascita di Forza Italia impedi' provvisoriamente il trionfo della barbarie giustizialista, restituendo nell'anno del nostro primo governo di resistenza liberale la parola al popolo''. ''Le stesse forze - continua la lettera - procedettero poi al ribaltone, cacciando dal governo gli eletti del popolo, impedendo con alte complicita' istituzionali che si tenessero nuove, libere elezioni, e instaurando per sei anni governi di minoranza, salvati da mille espedienti e inganni, contro i quali esercitammo come fu possibile la piu' ferma e leale delle opposizioni. E' da notare che il grilletto giudiziario del ribaltone fu un'inchiesta per tangenti dalla quale chi le scrive fu assolto per non aver commesso il fatto anni dopo. Ma fu uno scippo di sovranita' senza riparazione, tanto e' vero che alla prima occasione una maggioranza vera di italiani onesti ci ridiede, nel maggio del 2001, quel che con questi metodi ci era e gli era stato rubato: una vera democrazia dell'alternanza''. ''Il caso Previti. Dieci anni dopo ci riprovano. La sentenza Previti, ancora sub judice per la mancata attesa della pronuncia della Corte di cassazione sulla ricusazione del collegio giudicante, e' caduta esattamente nel decimo anniversario della giornata piu' nera della democrazia italiana. Il suo obiettivo non e' fare giustizia, come dimostra tutto l'andamento del dibattimento e la violenza con cui e' stata costruita la gogna per un deputato di Forza Italia, ma quella di colpire le forze che hanno avuto il mandato di governare e rinnovare l'Italia secondo principi di democrazia liberale corrosi in quegli anni di faziosita' che tanti danni hanno fatto a questo nostro paese. Il nostro dovere e' dunque quello di reagire, e di reagire per tempo''.
''Confermo, caro direttore. In una democrazia liberale i magistrati politicizzati non possono scegliersi, con una logica golpista, il governo che preferiscono. Questo diritto spetta agli elettori. E gli eletti devono essere in grado, secondo la lezione costituzionalistica del '48, di discernere tra le inchieste giudiziarie valide, che riguardano un deputato o un senatore alla stregua di qualsiasi altro cittadino, e quelle frutto di prevenzione, parzialita' ideologico-politica e sospette di spirito persecutorio. Questo e' il nostro caso, e se il caso e' questo suonano ipocriti gli appelli ad abbassare i toni. Bisogna alzare il tono della nostra democrazia, bloccare il nuovo ordito a maglie larghe del giustizialismo e impedire che si consumi per la terza volta un furto di sovranita'. Ripristinando subito le immunita' violate, battendosi per la liberta' e la decenza. Cordialmente. Silvio Berlusconi''.
30/04/2003 18:43

sabato, marzo 01, 2003


IRAQ: UNA GUERRA PROVOCHEREBBE CATASTROFE UMANITARIA; ONU

(ANSA) BAGHDAD - I programmi umanitari dell'Onu per l'Iraq vanno avanti a pieno ritmo, non hanno subito alcun rallentamento a causa della crisi in atto ma, indubbiamente, una guerra contro questo Paese provocherebbe una ''catastrofe'' di dimensioni bibliche, con oltre 11 milioni di persone ridotte alla fame e in grave pericolo di vita.
A rilanciare l'allarme - mai abbastanza ribadito dai media internazionali - e' Veronique Taveau, portavoce dell'ufficio del coordinatore del programma umanitario dell'Onu per l'Iraq (Unohci), il portoghese Ramiro Lopes da Silva. ''Intanto - esordisce Veronique, giornalista e sino a poco tempo fa corrispondente da Roma di una Tv francese - vorrei mettere in chiaro che non e' esatto, come e' stato scritto nei giorni scorsi, che quasi la meta' del personale dell'Onu in Iraq, ad esclusione degli ispettori dell'Unmovic e dell'Aiea, sia stato evacuato come misura precauzionale''.
''Si e' trattato - spiega - di un normale avvicendamento che avviene ogni tre mesi, vuoi per ferie non godute o altro, ma non c'e' stata alcuna evacuazione, nessuno ha mai detto loro 'andate via'. Qui lavorano piu' o meno 900 persone provenienti da tutto il mondo e, al momento attuale siamo piu' di 500, che significa piu' della meta'. Qui si opera su una base personale: chi vuole andar via e' libero di farlo, cosi' come lo e' chi decide di rimanere. Del resto - aggiunge Veronique - qualsiasi decisione circa un'eventuale evacuazione del personale Onu da Baghdad deve venire da New York, dal Palazzo di Vetro''.
''A tutt'oggi - prosegue la portavoce - i circa 900 dipendenti internazionali dell'Onu sono affiancati da 3.400 collaboratori iracheni, 2.400 nel Nord del Paese e 1.000 a Baghdad''. Il discorso si sposta quindi sulla questione degli aiuti umanitari, avviati dall'Onu dal 1996 sulla base del programma 'cibo in cambio di petrolio' che consente all'Iraq di esportare ogni sei mesi greggio per 5.2 miliardi di dollari per l'acquisto di generi alimentari e medicinali destinati alla popolazione.
Di questa cifra - che include 300 milioni di dollari per l'acquisto di pezzi di ricambio destinati all'industria petrolifera -, due terzi sono destinati al programma 'cibo in cambio di petrolio'. Solo nella settimana dal 15 al 21 febbraio l'Iraq ha esportato 11.9 milioni di barili di petrolio - a una media di 1.7 milioni di barili al giorno - per un controvalore di quasi 338 milioni di dollari ad un prezzo di circa 28.55 dollari a barile. Ma, nonostante questa iniezione di denaro, una goccia d'acqua nel mare, le razioni alimentari che vengono distribuite ogni mese alla popolazione - e che, nel timore di un conflitto, negli ultimi mesi sono state raddoppiate per far si' che le famiglie abbiano in casa ora scorte per sei mesi - non raggiungono gli standard alimentari per una nutrizione adeguata.

''Tutti gli iracheni - spiega ancora Veronique -, sia i ricchi sia i poveri, hanno diritto a ricevere la loro razione mensile di generi alimentari. Il problema e' che se l'80 per cento della popolazione riceve queste razioni, il 60 per cento - cioe' gli 11 milioni di persone piu' povere - dipende completamente da esse. Cioe', se non le ricevessero, sarebbero ridotte alla fame''.

Ma non basta. Le razioni sono inadeguate per un'alimentazione appropriata. E Veronique ce lo dimostra esibendo la lista dei generi alimentari contenuti nelle razioni di giugno e luglio prossimi che, fra l'altro, sono gia' state distribuite. Dal documento si evince, per esempio, che i 500 grammi di fagioli bianchi che ogni iracheno adulto riceve ogni mese con la propria tessera annonaria sono appena il 16 per cento di quello di cui avrebbe bisogno per avere il giusto numero di calorie. Lo stesso per il latte (solo il 13 per cento), il sale (50 per cento) e l'olio vegetale (83 per cento).

Di poco migliore e' la situazione per i neonati, che comunque ricevono anch'essi solo il 25 per cento degli alimenti necessari in un mese per lo svezzamento (per lo piu' cereali) di cui dovrebbero nutrirsi in quel delicato periodo dello sviluppo. ''E a questo - riprende Veronique - c'e' da aggiungere che il 60 per cento delle donne attualmente in stato di gravidanza sono anemiche, soprattutto per mancanza di ferro nell'alimentazione. E cio' provoca la nascita di neonati sotto peso, quindi piu' deboli e piu' esposti a una morte precoce''.

Secondo la portavoce, anche l'iniziativa del governo, che ha gia' distribuito in anticipo le razioni annonarie sino a luglio, servira' a ben poco per alleviare i problemi. ''Il rischio della fame rimane - spiega Veronique -. Le scorte si assottigliano perche' la gente ha bisogno di denaro contante e, siccome per sopravvivere in questi 12 anni si e' gia' venduto tutto cio' che di vendibile aveva in casa, adesso rivende i cibi delle razioni al mercato nero per acquistare medicine o vestiti per i figli''.
Ma in caso di guerra il problema della gente non sara' solo quello del cibo: ''La situazione sarebbe ancor piu' drammatica perche' non ci sarebbe energia elettrica - continua la portavoce - e questo significherebbe poca acqua e inquinata. Quindi un serio rischio di diffusione di epidemie di ogni genere, a cominciare dalla dissenteria''. ''Dopo 12 anni di sanzioni, la situazione della popolazione e' oggi estremamente fragile - conclude seria Veronique - e una guerra provocherebbe davvero una catastrofe''.
28/02/2003 15:34

sabato, febbraio 22, 2003

Elettrosmog, nuovi limiti «I più rigorosi d’Europa»

Ma gli ambientalisti: tutelano solo i grandi interessi

(fonte: Corriere della Sera)

ROMA - «Ora, per il cosiddetto elettrosmog, abbiamo i limiti più rigorosi d’Europa», esclamano in coro i ministri delle Comunicazioni Maurizio Gasparri e dell’Ambiente Altero Matteoli. «Macché, questi limiti tutelano solo i grandi interessi e non la salute dei cittadini», replicano gli ambientalisti. I decreti attuativi della tormentata legge quadro sull’elettrosmog, approvati ieri dal Consiglio dei ministri, hanno rilanciato la polemica sugli effetti biologici dei campi elettromagnetici prodotti da elettrodotti (basse frequenze) e da antenne radiotelevisive e per telefonia cellulare (alte frequenze). Come al solito, sia sul versante politico sia su quello tecnico-scientifico, ci sono opinioni nettamente contrapposte.

ELETTRODOTTI - I nuovi decreti fissano, per gli elettrodotti, un valore di attenzione, cioè un limite a tutela di eventuali effetti nocivi a medio e lungo termine in seguito a esposizioni prolungate, di 10 microtesla (unità di misura del campo magnetico). La legislazione nazionale precedente non prevedeva alcun valore di attenzione. Esistevano, tuttavia, norme del 1992 e del 1995 che indicavano un limite di 100 microtesla a garanzia degli «effetti acuti» (quelli che si manifestano immediatamente). «Il valore di attenzione di 10 microtesla - sottolinea Matteoli - è dieci volte inferiore a quello consigliato dal comitato di cinque esperti (l’oncologo Cognetti, l’epidemiologo Doll, il medico Rapacholi, il fisico Regge e l’ingegnere Falciasecca), che aveva consigliato di attenersi ai valori di 100 microtesla indicati dalla Comunità europea. Fissando limiti fra i più severi al mondo, abbiamo voluto tenere conto delle preoccupazioni espresse dai cittadini». Il decreto stabilisce anche un «obiettivo di qualità» di 3 microtesla da applicarsi alle linee di futura costruzione.


ANTENNE - Il valore di attenzione stabilito dai nuovi decreti è di 6 volt per metro (unità di misura del campo elettrico). In questo caso non ci sono novità rispetto al passato perché già una norma del 1998 prevedeva l’identico valore. «Si tratta di un valore estremamente cautelativo per la popolazione - ribadisce il ministro dell’Ambiente -, ben dieci volte inferiore, per fare un esempio, rispetto a quello in vigore in Gran Bretagna». Aggiunge Gasparri: «E’ un decreto che non solo tutela i cittadini, ma facilita lo sviluppo delle reti di telefonia mobile di terza generazione Umts».


PRECAUZIONE - «Con questi decreti è stato ucciso il principio di precauzione - controbatte l’onorevole Valerio Calzolaio, ex sottosegretario all’Ambiente -. Infatti il limite di 10 microtesla è venti volte più alto di quello ipotizzato nella prima bozza di decreto elaborata due anni fa del centrosinistra. Con questi numeri, i risanamenti saranno nulli o minimi. Quanto agli effetti a lungo termine sulla salute, vedremo se non si faranno sentire». Altrettanto contrariato il verde Pecoraro Scanio il quale parla di «condono sulla pelle della gente» e invoca il referendum.


CARRETTE - Consensi quasi unanimi, invece, anche da parte degli ecologisti, su un altro decreto di tutela ambientale che, anticipando la nuova normativa europea, vieta l’ingresso nei porti alle cosiddette «carrette del mare», navi cisterna a scafo singolo, con età superiore ai 15 anni, che trasportano combustibili e altri prodotti pericolosi.

Franco Foresta Martin

domenica, gennaio 19, 2003

My Italian TV hell

By Tobias JonesPublished: January 16 2003 19:50 | Last Updated: January 16 2003 19:50
(indirizzo originale)

“A democracy can’t exist”, Karl Popper once wrote, “unless it has its television under control.” In Italy, though, the game’s going the other way. The television studio has already usurped the senate, soft porn has replaced hard news. One of the biggest media players on the planet – Silvio Berlusconi – has been our prime minister for the past 18 months, and his palazzo televiso (his metaphorical “televisual palace”) is only a couple of moves from check-mating democracy.

So what does television look like in this new, “videocratic” world? What – I asked myself a few weeks ago, as I kicked off my shoes, reclined on my sofa in Parma and reached for the remote – is Italian TV really like? Has Berlusconi, I wondered, really turned the frightening, fictional worlds of 1984 and Citizen Kane into reality?

It’s a Sunday afternoon, and I zap on RAI 1. The programme is called Domenica-In. It’s a cabaret show lasting for six hours. After only five minutes I’m feeling drunk from the dizzying lights and dancing. I flick to Channel 5 (one of Berlusconi’s three Mediaset channels): Buona Domenica. It looks exactly the same. Just as on RAI 1, the audience are clapping wildly as some crooner sings old Sinatra songs. There are girls in bikinis everywhere. Both are flagship programmes of the rival networks, attracting millions of viewers every Sunday. To me, it looks like something straight out of Benny Hill.

To familiarise yourself with the terrain of Italian TV, there is one key word to learn: Canzonissima. It means, simply, “very song”. It was, for decades, the most important programme on Italian television, and has now been replaced by dozens of derivatives. Singing, it’s very obvious, is the foundation stone of Italian television. The listings magazines even publish the lyrics to the old hits so that you can sing along at home. It makes TV appear like one long karaoke show, with comperes clicking their fingers as the band springs to life. By far the most followed event on TV is the San Remo festival in February, which serves up a week of syrupy songs.

The following evening, about 7pm, I flick to Channel 5 again. This is the prime-time quiz show, Passaparola. To understand this kind of show, there are more key words to learn. Letterine “the little letters”, Veline “quick news flash”, schedine “the little statistics”: all are diminutive “ine” descriptions of the bikini-clad women who start dancing erotically at random intervals. Passaparola is a quiz show based on the alphabet, hence the “little letters”. As I’m watching, Gerry Scotti – the anodyne host – is flirting with one of them and winking at the 8m viewers. Italy, don’t be in any doubt, is the land that feminism forgot.

Then something strange happens. As the show reaches its climax, Gerry walks to the other side of the studio, with one of the show-girls under his arm. “Dearest viewers,” he says, “I’ve got a wonderful suggestion for you.” This is a “promotional message”, 60 seconds of product placement that interrupts every TV show. Normally the host is promoting grooming products: cellulite solutions, hair removal, hair replacement. Occasionally it’s “shoes that breathe” or a “massaging mattress”. Within minutes of the “promotional message”, there’s an advertising break proper. Filippo, a friend next to me on the sofa, grabs the remote and rides through all the seven main channels: “Bingo!” he shouts: “all the channels are on ad breaks!” There’s nothing to watch. “You see”, he says, “the problem isn’t that Italy has commercial television. It’s that it has only one half of commercial television: the commercials.” As he says this, he’s shaking his head in despair: in front of us on screen is a close-up of a woman’s buttocks. They’re wobbling as plastic pads send electric shocks into her flesh for “slimming and toning perfection”.

It often seems that, in Italy, there aren’t advertisement breaks; there are short programme breaks. Fifty seven per cent of all Italian advertising budgets is spent on television (compared with 23 per cent in Germany, and 33.5 per cent in the UK). Even RAI, the state-owned television network – to whom I pay an annual licence fee of ∑97–≤ runs adverts. All of which means that audience-chasing is crucial, and programmes are designed for quantity not quality. “It’s become a kind of psychological dictatorship”, says Gad Lerner, the most intelligent anchorman on Italian TV. “The figures from Auditel [which measures audience share] scare people into only producing these vulgar, crowd-pulling programmes.” Berlusconi, of course, owns Publitalia, the company responsible for selling 60 per cent of advertising space on Italian television.

Within a few days of starting my TV induction I can feel my brain turning to custard. It’s been cabaret and quiz shows all week. There seems to be an obsession with singing and winning quick cash. And there are so many chat shows such as Al Posto Tuo or Uomini e Donne that have sad lovers screaming at each other. There’s blanket coverage of football. If you have satellite you can even watch your team training for the next game. But – and this is the strange thing – there’s nothing actually on. If content is king, Italy is very much a republic. And so it becomes a sort of self-reflexive hall of mirrors. Quiz shows ask questions such as: “With the letter M, who presents the chat show Uomini e Donne?” Then on that chat show, Maria De Filippi – the blonde Italian Oprah – will host the quiz-master who asked the question. Then news programmes will run long items on the marriage between De Filippi and Maurizio Costanzo, the portly host of Buona Domenica who also hosts another chat show from Monday to Friday. It is television feasting on its own tasteless entrails.

The more you watch it, the more you realise that for all its “variety shows”, there’s precious little variety. And, the most amazing thing, the iconic men who launched Italian TV in the 1950s – Mike Buongiorno and Raimondo Vianello – are still there, right in front of me as I write this. It’s the televisual equivalent of trasformismo: time moves on, tastes change, but the players in the game remain exactly the same. As with politicians, no television personality ever, ever slips off into retirement, which means that Italy appears a sort of “geriatrocracy”, run by doddery old men.

There are, at least, hundreds of films on offer, but they wouldn’t even fit into the B-movie category: they’re almost all oil-and-muscle action movies starring Steven Segal or Chuck Norris. The TV series, too, seem stuck in a time-warp: Colombo, Murder She Wrote, The Saint. That, as patriotic Italians often complain, is the real problem. Italy, once the artistic engine of the world, has become a mass importer of culture. The country is one of Hollywood’s most important markets, with the consequence that nowadays many of Italy’s most famous actors are its dubbers.

Watching news programmes is even worse. This evening I was watching the Italia Uno (Mediaset) news. “Celebrity gossip”, smiles the newscaster, “has become cultural this week”. The news item is an interview with Natalia Estrada – a Spanish bombshell – talking earnestly about her “career” as a show-girl, and proudly announcing her imminent marriage to Berlusconi’s brother, Paolo. A couple of days later I decide to watch the news on RAI 2. During the lead announcement, there’s a slow-motion picture of Berlusconi smiling. Violins are playing moving music. “The prime minister”, the newscaster announces, “has become a grandfather for the second time.”

Most Italians are acutely embarrassed by it all. Many will say that their TV is volgare or else fa schifo: “it’s disgusting”. Signora Ciampi, wife of the politically neutral and widely admired President of the Republic, last year made headlines by declaring it all deficiente: “half-witted”. It’s nothing new. Decades ago Pier Paolo Pasolini spoke of TV’s influence as a sort of “cultural genocide”, wiping away all traces of what makes Italians so noble: the intelligence and generosity, the Catholicism and conversation. Umberto Eco and Dario Fo have moaned repeatedly and eloquently about the televisual state of the nation. The enigma is how Italy – home to the most creative people on earth – ever produced such a leviathan. Who is responsible for this rubbish?

The reply of those pop-culture critics is almost always anthropological. Italy is, they say, a visual rather than a literary country. It has produced the best art, and many of the greatest films, in the western world. With a few notable exceptions (Dante, Boccaccio and so on) almost all Italy’s cultural icons – from Michelangelo to Fellini – are the product of visual, rather than verbal, genius. That visual culture, that obsession with understanding and admiring beauty, means that television is, like fashion, the fulcrum of Italian life. The average adult watches television for more than four hours a day; even when you go out to a restaurant there will be a TV set slung in the corner.

In Italy no other medium - print, publishing, audio - reaches even the 50 per cent thresh old of "info-penetration" into daily life.

By now, the TV set is so ubiquitous that it's nicknamed the focolare domestico, the "domestic fire". It's the warm glow around which family and friends gather; especially, of course, in Italy, a land where three generations often share the same living room. That, in fact, is the second anthropological explanation for TV saturation: the emphasis on family life paradoxically increases TV viewing because it's the only thing many relatives have in common. The easiest way to pass an afternoon with your grandmother is to watch Buona Domenica.

The other explanation for Italian TV is historical: there has always been a bear-hug between Italian politics and television. Lottizzazione - "carve up" - describes the way television channels became, in the old days, fiefdoms of the political parties. Until the early 1990s, the three RAI channels were directly controlled by the three main parties. The Christian Democrats pulled the strings at RAI 1, the Socialists controlled RAI 2, the Communists RAI 3. The RAI Berlusconi inherited in 2001 had obvious left-wing leanings. The real complaint against Berlusconi isn't that he's changed the rules of the game by conflating politics and television; it's simply that he's won the old game so very, very convincingly. And he triumphed through a piece of tactical genius. He turned the tables on the old, political guard by deciding to colonise politics through television, rather than vice versa.

Berlusconi's TV empire also owes its rise to an anomalous business context: in the 1980s, when Berlusconi built himself into a media mogul, commercial television in Italy was almost totally unregulated.

He has duly made TV in his own image: a slick salesman who once worked as a singer on a cruise ship, he has turned TV into endless advertisements sandwiched between the cabaret. (Even the listings magazine he owns is called "Smiles and Songs"). A man enthralled by the US, he has bought the rights to thousands of American films and soap operas. He has turned television into an ideological vacuum, in which the medium really has become the message. The result, of course, is that the mogul has become the prime minister.

There are, though, areas of optimism. The other side of the TV equation - the viewer - is very different in Italy. Italians watch not passively, in silence and concentration (as in Britain), but actively. Watch TV with friends or family and you realise the box is just another relative: ever-present, but often ignored, invariably - as in all Italian conversations - interrupted. "You're a cretin" is the usual shout in the direction of the TV and its smug "celebrities". Italian viewers are simply less supine than their Anglo-American counterparts. Also, if you watch television after 1am you'll see some of the best programmes available: educational documentaries, foreign films, in-depth news analysis. Then there's "La 7", a national channel launched recently - with Gad Lerner as its figurehead - to challenge the duopoly of RAI-Mediaset by going up-market.

In addition, since every Italian city claims to be a "capital", there are more than 600 local channels. Many are incredibly sophisticated and refined. Every Sunday night I work as a football pundit for Teleducato, one of Parma's local channels. Our programme is simply sports chat and if you cough the backdrop falls over. And yet, each week when I leave the studio, I walk past the city's finest opera critics, getting ready to render their verdicts on the evening's opera. When I get home 10 minutes later, I see the three men on screen, swigging wine as they would at home and earnestly talking about the soprano from the current run of Rigoletto. Such intelligence, of course, would be immediately banished from RAI or Mediaset.

These are critical weeks for the future of Italian television. Berlusconi's communications minister has just announced a new draft law proposing a radical rewriting of the media laws (abolishing the 30 per cent ceiling for ownership of any single media sector, lifting the ban on cross-media ownership and preparing the way for the privatisation of RAI for January 2004). At the same time, three out of five of the directors of RAI (representing the state's three terrestrial and seven satellite channels) have just resigned, apparently fed up with political interference and poor programming.

By now, Berlusconi really does have a near-monopoly of the mass media. Anyone who says otherwise is simply burying his head in the television. He recently railed against three presenters on RAI who had criticised him, and their programmes were taken off the air. Blob, an inspired programme that satirises the tele-political powers that be, was also cancelled recently when it dedicated a special edition to the prime minister. "But the thing that really frightens me", says Gad Lerner, "isn't that censorship is a diktat from above, it's that it's servility from below. Everyone working in television knows that, for the next five or seven years, their career will depend upon Berlusconi, and they grovel accordingly."

As if to illustrate the point, a few minutes ago I finally found a film worth watching. It was a Hitchcock film on Rete 4 (Mediaset). Just as the climax arrived, as the pistol appeared from behind the curtain, there was a scroll along the bottom of the screen, ruining the tension: "One year of achievement", it read; "All the highlights of Berlusconi's speech immediately after this film". And that's the strange thing. Berlusconi's political movement, Forzismo, might be vaguely dangerous for democracy, but for television it's simply disastrous.

Tobias Jones has lived in Italy for four years. His diary of life abroad, The Dark Heart of Italy, is published by Faber this month.