sabato, giugno 14, 2003

Un'istituzione di garanzia

Il ruolo del Corriere, un saluto ai lettori
di FERRUCCIO DE BORTOLI

Un giornale di grande prestigio e tradizione cambia guida ma rimane sempre se stesso. In particolare il Corriere che è una delle pochissime istituzioni di garanzia di questo Paese. Da domani lo firmerà Stefano Folli, collega di grande valore, accolto dalla redazione con un larghissimo voto di fiducia. La scelta personale di chi scrive ha suscitato interpretazioni esagerate, a destra e a sinistra. Ricordo che nella sinistra al potere c’era chi voleva farmi condannare dall’Ordine dei giornalisti (e per un voto non ci riuscì) oltre a trascinarmi in tribunale, come avrebbe fatto poi la destra negli anni successivi, ultimi gli avvocati del premier (che spero, ora, non si ritirino). Questo per dire che un quotidiano indipendente, impegnato a ragionare sui fatti senza le lenti dell’ideologia o delle appartenenze, dà fastidio sempre. Una novità di rilievo nel mondo della comunicazione è poi inevitabilmente oggetto di discussioni, specie in un Paese governato da un editore; lo sarebbe di meno se si fosse risolto il famoso conflitto di interessi, che anziché ridursi si è ampliato.

Il Corriere ha cercato di essere in questi anni il giornale laico e liberale del dialogo, fedele ai valori della propria tradizione (dalla scelta europea all’economia di mercato, quella vera; dal maggioritario alla costruzione di un autentico sistema bipolare dell’alternanza). Ci siamo sforzati di proporre al lettore il massimo ventaglio delle opinioni, nel rigore delle inchieste e delle cronache, mai di parte. Ma soprattutto nella coltivazione quotidiana del dubbio. Abbiamo preso, quand’era necessario, posizione. Dicendo per esempio sì a due guerre, in Kosovo e in Afghanistan, ma raccontandole senza indossare alcuna divisa o, peggio, un elmetto. Abbiamo detto di no alla terza, l’ultima, quella dichiarata per togliere a un regime odioso le armi di distruzione di massa (che non sono state trovate).

Abbiamo creduto, e crediamo, in un Paese moderno in cui l’opposizione non pensi che chi governa sia un usurpatore della volontà popolare e chi sta al potere non tratti la minoranza come un relitto del passato. Discutano maggioranza e opposizione dei veri problemi italiani, diano insieme l’esempio che in una vera democrazia liberale il rispetto dell’opinione degli altri è un principio irrinunciabile. E’ troppo? Pare di sì. Siamo convinti che chi governa non debba scambiare il consenso per legittimità assoluta: il voto popolare è sacro ma non è un mandato in bianco. C’è una Costituzione, ci sono princìpi e garanzie. Intralci alle riforme? Macché, si facciano, le riforme, magari con la stessa determinazione con la quale si varano provvedimenti personali destinati a incidere sui processi in corso. Senza insultare la magistratura, sulle cui colpe «politiche» non siamo mai stati in questi anni teneri. Basta con le risse. E attenzione a un Paese che non perde occasione, in molte delle sue leggi recenti (condoni compresi) e in diversi comportamenti pubblici, di abbassare il tasso di legalità, deprimendo ancor di più la propria immagine all’estero.

Si è parlato di un declino economico, ma più grave è il declino politico, istituzionale e morale. La politica si separa sempre più dalla morale; l’attività di governo confina pericolosamente con gli affari, non sempre pubblici; la libertà d’informazione è vista con insofferenza crescente. Per fortuna c’è un’Italia migliore, moderata, aperta, europea, in un polo e nell’altro. E per fortuna c’è il Corriere che resta e resterà sempre un’istituzione di garanzia. Non asservita a nessuno. Dunque, scomoda, scomodissima.

Un grazie di cuore ai lettori, scusandomi per gli errori commessi. Un grazie alla redazione, straordinaria, e in particolare ai vicedirettori Carlo Verdelli, Paolo Ermini e Massimo Gaggi; un grazie all’editore e agli azionisti. E un pensiero affettuoso alla memoria di Maria Grazia Cutuli, di Walter Tobagi e di tutti quelli che sono morti facendo questo mestiere. Che amavano, come noi, molto.
14 giugno 2003

martedì, giugno 10, 2003

Dentro Matrix nel deserto dell'irreale

(fonte: www.ilmanifesto.it)

Come sfuggire alle trappole della lettura filosofica dei film dei fratelli Wachowski. I due episodi di Matrix sono la rappresentazione dei conflitti del presente e parlano alla sinistra. Esercitare «resistenze» locali, ribellarsi apertamente o allearsi con il capitale illuminato della rete?
Input e output Mentre la prima parte era dominata dalla spinta a uscire da Matrix, la seconda chiarisce che la battaglia deve essere vinta all'interno
SLAVOJ ZIZEK
C'è qualcosa di intrinsecamente stupido e ingenuo nel prendere sul serio le basi «filosofiche» della serie Matrix e nel discuterne le implicazioni: i fratelli Wachowski ovviamente non sono dei filosofi, ma solo due persone che flirtano superficialmente con alcune nozioni «postmoderne» e New Age sfruttandole in modo confuso. Matrix è uno di quei film che funzionano come una sorta di test di Rorschach, mettendo in moto il processo del riconoscimento universalizzato, come il proverbiale dipinto di Dio che sembra sempre osservare direttamente voi, da qualunque angolazione lo guardiate: praticamente ogni orientamento sembra riconoscersi in esso. I miei amici lacaniani mi dicono che gli autori devono avere letto Lacan; i cultori della Scuola di Francoforte vedono in Matrix l'incarnazione estrapolata della Kulturindustrie, la Sostanza sociale (del Capitale) alienata-reificata prendere direttamente il sopravvento, colonizzare la nostra stessa vita interiore usandola come fonte di energia; gli amanti della New Age vedono in essa la fonte delle speculazioni su come il nostro mondo sia solo un miraggio generato da una Mente globale incarnata nel World Wide Web; per non parlare della presenza pervasiva di Jean Baudrillard... Questa serie arriva fino alla Repubblica di Platone: Matrix non ripete forse esattamente il dispositivo platonico della caverna (gli esseri umani come prigionieri, legati al loro posto e costretti a guardare l'ombra di (quella che loro erroneamente ritengono essere) la realtà - in breve, proprio la posizione degli spettatori al cinema? Questa ricerca del contenuto filosofico di Matrix è perciò una tentazione, una trappola da evitare. Simili letture pseudo-sofisticate che proiettano nel film le raffinate distinzioni concettuali filosofiche o psicanalitiche sono molto inferiori, per effetto, a una immersione innocente come quella a cui ho assistito vedendo Matrix in un cinema in Slovenia. Ho avuto l'opportunità unica di sedere vicino allo spettatore ideale del film - vale a dire, un idiota. Un uomo quasi trentenne alla mia destra era così immerso nel film che ha disturbato per tutto il tempo gli altri spettatori con esclamazioni come «Mio Dio, wow, dunque la realtà non esiste! Dunque siamo tutti marionette!»

Comunque, la cosa interessante è leggere i film della serie Matrix non in quanto conterrebbero un discorso filosofico congruente ma in quanto rendono, nelle loro stesse incongruenze, gli antagonismi della nostra difficile situazione ideologica e sociale. Che cos'è, allora, Matrix? Semplicemente ciò che Lacan ha chiamato «l'Altro», l'ordine simbolico virtuale, la rete che struttura per noi la realtà. Questa dimensione del «grande Altro» è quella della alienazione costitutiva del soggetto nell'ordine simbolico: l'Altro tira i fili, il soggetto non parla, «è parlato» dalla struttura simbolica. In breve, questo «Altro» è il nome della Sostanza sociale, di tutto quello a causa di cui il soggetto non domina mai completamente gli effetti dei suoi atti, ossia a causa di cui l'esito finale della sua attività è sempre qualcosa d'altro rispetto a quello a cui egli mirava o che aveva previsto. E le incongruenze della narrazione filmica rispecchiano perfettamente le difficoltà che incontriamo nello spezzare le costrizioni della sostanza sociale.

Quando Morpheus cerca di spiegare all'ancora perplesso Neo che cos'è Matrix, egli la collega a un errore nella struttura dell'universo: «È tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra nel mondo. Non sai bene di che si tratta ma l'avverti, è un chiodo fisso nel cervello, da diventarci matto». Qui il film incontra la sua incongruenza maggiore: l'esperienza della mancanza/dell'incongruenza/dell'ostacolo dovrebbe dimostrare che la realtà da noi vissuta come esperienza è un falso. Comunque verso la fine del film Smith, l'agente di Matrix, dà una spiegazione differente, molto più freudiana: «Sapevi che la prima Matrix è stata progettata per essere un mondo umano perfetto? Un mondo in cui nessuno soffrisse, in cui tutti fossero felici? È stato un disastro. Nessuno accettava il programma. /.../ come specie, gli esseri umani definiscono la loro realtà attraverso la sofferenza e la miseria».

L'imperfezione del nostro mondo è così allo stesso tempo il segno del suo essere virtuale e il segno della suo essere reale. Si potrebbe sostenere con successo che l'agente Smith (non dimentichiamolo: non un essere umano come gli altri, ma la diretta incarnazione virtuale di Matrix - dell'Altro) rappresenta la figura dell'analista dentro l'universo del film: la sua lezione è che l'esperienza di un ostacolo insormontabile è la condizione necessaria affinché noi umani percepiamo qualcosa come realtà - la realtà è in ultima istanza ciò che resiste.

Legato a questa incongruenza è lo status ambiguo della liberazione dell'umanità annunciata da Neo nell'ultima scena. L'intervento di Neo, determina un «errore di sistema» in Matrix; allo stesso tempo, Neo si rivolge a quanti sono ancora bloccati in Matrix come il Salvatore che gli insegnerà come liberarsi dai vincoli di Matrix: loro riusciranno a superare le leggi fisiche, piegare i metalli, librarsi nell'aria... Comunque, il problema è che tutti questi «miracoli» sono possibili solo se restiamo all'interno della realtà virtuale sostenuta da Matrix e pieghiamo o cambiamo soltanto le sue regole: il nostro «vero» status è ancora quello di schiavi di Matrix. Noi, per così dire, abbiamo solo più potere di cambiare le regole della nostra prigione mentale - perciò, che ne dite di uscire da Matrix per entrare nella «realtà reale», in cui siamo creature miserabili che abitano la superficie distrutta della terra? Dunque la soluzione è forse una strategia postmoderna di «resistenza» consistente nel «sovvertire» o «spiazzare» continuamente il sistema del potere, o un tentativo più radicale di annientarlo?

C'è un'altra scena memorabile in cui Neo deve scegliere tra la pillola rossa e quella blu; la sua scelta è tra la Verità e il Piacere: tra un risveglio traumatico nel Reale e il persistere nell'illusione regolata da Matrix. Egli sceglie la Verità, al contrario del più spregevole personaggio del film, l'informatore-agente di Matrix tra i ribelli che, nella scena memorabile del dialogo con Smith, l'agente di Matrix, raccoglie con la forchetta un pezzo di una bistecca succulenta e dice: «lo so che è solo un'illusione virtuale, ma non me ne importa perché il suo gusto è vero». In breve, egli segue il principio del piacere secondo cui è preferibile restare nell'illusione, anche se sappiamo che è solo un'illusione.

Comunque, la scelta di Matrix non è così semplice: che cosa, esattamente, offre Neo all'umanità alla fine del film? Non un risveglio diretto nel «deserto del Reale», ma un libero fluttuare nella moltitudine di universi virtuali: invece di essere semplicemente schiavi di Matrix, ci si può liberare imparando a piegare le sue regole - si può cambiare le regole del nostro universo fisico e così imparare a volare liberamente e violare altre leggi fisiche. In breve, la scelta non è tra l'amara verità e l'illusione piacevole, ma piuttosto tra i due modi dell'illusione: il traditore è destinato all'illusione della nostra «realtà», dominata e manipolata da Matrix, mentre Neo offre all'umanità l'esperienza dell'universo come campo da gioco in cui possiamo giocare una moltitudine di giochi, passando liberamente dall'uno all'altro, trasformando le regole che determinano la nostra esperienza della realtà

In senso adorniano, bisognerebbe dire che queste incongruenze sono il momento di verità del film: esse segnalano gli antagonismi della nostra esperienza sociale tardo-capitalistica, antagonismi concernenti coppie ontologiche fondamentali come realtà e dolore (realtà come ciò che disturba il regno del principio di piacere), libertà e sistema (la libertà è possibile solo all'interno del sistema che impedisce il suo pieno dispiegamento). Comunque, la forza ultima del film va nondimeno individuata a un livello diverso. L'impatto eccezionale del film è dovuto non tanto alla sua tesi centrale (ciò che viviamo come realtà è una realtà virtuale artificiale generata da «Matrix», mega-computer collegato direttamente alla mente di tutti noi), ma nella sua immagine centrale dei milioni di esseri umani che conducono una vita claustrofobica in una incubatrice piena d'acqua, tenuti in vita per generare l'energia (l'elettricità) per Matrix. Così quando (alcune delle) persone «si risvegliano» dalla loro immersione nella realtà virtuale controllata da Matrix, questo risveglio non è l'apertura nel grande spazio della realtà esterna, ma prima l'orribile realizzazione di questa condizione di questa recinzione, dove ciascuno di noi è in effetti solo un organismo fetale, immerso nel fluido prenatale... Questa assoluta passività è la fantasia forclusa che sostiene la nostra esperienza cosciente in quanto soggetti attivi, che si auto-determinano - è la fantasia ultima e perversa, la nozione per cui noi siamo in ultima analisi strumenti della jouissance dell'Altro (di Matrix) a cui viene succhiata la nostra sostanza vitale come fossimo delle batterie. Questo ci porta al vero enigma libidinale: perché Matrix ha bisogno dell'energia umana? La soluzione puramente energetica è, naturalmente, insignificante: Matrix avrebbe potuto facilmente trovare un'altra, più affidabile, fonte di energia che non richiedesse la soluzione estremamente complessa della realtà virtuale coordinata per milioni di unità umane. La sola risposta congrua è: Matrix si nutre della jouissance umana. Così torniamo nuovamente alla fondamentale tesi lacaniana che l'Altro stesso, lungi dall'essere una macchina anonima, necessita dell'afflusso costante di jouissance. In questo risiede la corretta intuizione di Matrix: nella sua giustapposizione dei due aspetti della perversione - da una parte, la riduzione della realtà a un dominio virtuale regolato da norme arbitrarie che possono essere sospese; dall'altra, la verità nascosta di questa libertà, la riduzione del sogetto a una passività ridotta completamente a strumento.

Matrix Reloaded propone - o piuttosto, gioca con - una serie di modi di superare le incongruenze della puntata precedente. Ma nel fare questo, resta intrappolato nelle sue nuove incongruenze. Il finale del film è aperto e incerto non solo narrativamente, ma anche in relazione alla visione dell'universo su cui poggia. Il tono fondamentale è quello di sospetti e complicazioni ulteriori che rendono problematica la semplice e chiara ideologia della liberazione da Matrix che sostiene la prima parte. Il rituale estatico della comunità nella città sotterranea di Zion non può che ricordare una cerimonia religiosa fondamentalista. Vengono gettati dei dubbi sulle due figure profetiche cruciali. Le visioni di Morpheus sono vere, o è un pazzo paranoico che impone spietatamente le sue allucinazioni? Neo non sa nemmeno se può fidarsi dell'Oracolo, una donna che prevede il futuro: anche lei sta manipolando Neo con le sue profezie? È una rappresentante dell'aspetto positivo di Matrix, in contrasto con l'agente Smith che, nella seconda parte, si trasforma in un eccesso di Matrix, un virus impazzito che cerca di non farsi distruggere moltiplicandosi? E che dire delle criptiche affermazioni dell'Architetto di Matrix, colui che ha scritto il suo software, il suo Dio? Egli informa Neo che in effetti sta vivendo nella sesta versione aggiornata di Matrix: in ciasuna di esse è sorto un salvatore, ma il suo tentativo di liberare l'umanità si è risolto in una catastrofe di enormi proporzioni. Allora la ribellione di Neo, lungi dall'essere un evento unico, è solo parte di un ciclo più grande di turbamento e riparazione dell'Ordine? Verso la fine di Matrix Reloaded, ogni cosa viene così messa in dubbio: la domanda non è solo se eventuali rivoluzioni contro Matrix possano compiere ciò che esse propugnano o se debbano finire in un'orgia di distruzione, ma piuttosto se esse non siano messe in conto, se non addirittura pianificate, da Matrix. Allora, anche coloro che sono liberati da Matrix sono in realtà liberi di fare una scelta? La soluzione è rischiare comunque la ribellione aperta, rassegnarsi ai giochi locali di «resistenza», restando all'interno di Matrix, o magari a cimentarsi in una collaborazione inter-classista con le forze «positive» in Matrix? È qui che finisce Matrix Reloaded: in una mancata «mappatura cognitiva» che rispecchia perfettamente la triste condizione della Sinistra odierna e la sua lotta contro il Sistema.

Una piega ulteriore è fornita proprio alla fine del film quando Neo, alzando semplicemente la mano, ferma magicamente le perfide macchine simili a calamari che attaccano gli umani. Come ha potuto fare questo nel «deserto del reale», non in Matrix dove, naturalmente, egli può fare meraviglie, congelare il corso del tempo, sconfiggere le leggi di gravità ecc.? Questa incongruenza inspiegata rimanda alla soluzione che «tutto ciò che esiste è generato da Matrix», che non c'è una realtà ultima? Sebbene tale tentazione «postmoderna» - trovare una facile scappatoia dalle confusioni proclamando che tutto ciò che esiste è la serie infinita di realtà virtuali che si rispecchiano l'una nell'altra - sia da rigettare, c'è una intuizione corretta in questo complicarsi della divisione pura e semplice tra la «realtà reale» e l'universo generato da Matrix: anche se la battaglia si svolge nella «realtà reale», lo scontro cruciale deve essere vinto in Matrix. Questo è il motivo per cui bisogna (ri)entrare nel suo universo fittizio virtuale. Se lo scontro fosse avvenuto solo nel «deserto del reale», avremmo avuto l'ennesima noiosa distopia sulle rovine della lotta dell'umanità contro le macchine cattive.

Per dirla nei termini della cara vecchia opposizione marxista struttura/sovrastruttura: bisognerebbe tenere conto della irriducibile dualità, da una parte, dei processi materiali socio-economici «oggettivi» che avvengono nella realtà oltre che, dall'altra parte, del processo politico-ideologico vero e proprio. E se il dominio della politica fosse intrinsecamente «sterile», un teatro delle ombre, ma nondimeno cruciale nella trasformazione della realtà? Così, anche se l'economia è la vera sede e la politica è un teatro delle ombre, la battaglia principale va combattuta nella politica e nell'ideologia. Si consideri la disintegrazione del potere comunista alla fine degli anni `80: anche se l'evento principale è stato l'effettiva perdita del potere statale da parte dei comunisti, la frattura cruciale è avvenuta a un diverso livello: in quei magici momenti in qui, sebbene formalmente i comunisti fossero ancora al potere, la gente all'improvviso non ha più avuto paura e non ha più preso seriamente la minaccia; così, anche se delle battaglie «reali» con la polizia continuavano, tutti in qualche modo sapevano che «il gioco» era «finito»... Il titolo Matrix Reloaded è così alquanto appropriato: se la prima parte era dominata dalla spinta a uscire da Matrix, a liberarsi dalla sua presa, la seconda parte chiarisce che la battaglia deve essere vinta all'interno di Matrix, che bisogna tornare ad essa.

In Matrix Reloaded, i fratelli Wachowski hanno coscientemente sollevato queste questioni, mettendoci davanti a tutte le complicazioni e alle confusioni del processo di liberazione. Così facendo si sono messi in una situazione difficile: ora hanno davanti a sé un compito quasi impossibile. Per riuscire, la futura terza parte, The Matrix Revolutions, dovrà produrre niente meno che la risposta appropriata ai dilemmi della politica rivoluzionaria oggi, un modello per l'atto politico che la Sinistra sta disperatamente cercando.

(Traduzione Marina Impallomeni)

giovedì, giugno 05, 2003



Iraq. Wolfowitz: armi di distruzione di massa sono giustificazione "burocratica" della guerra
Fonte: Rai News24 - http://www.rainews24.rai.it/Notizia.asp?NewsID=37604
Wolfowitz: "Era la sola ragione sulla quale tutti potevano essere d'accordo"

Washington, 29 maggio 2003 - L'amministrazione Bush ha deciso per "motivi di burocrazia" di giustificare una guerra in Iraq mettendo in evidenza la minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa. Ma questa non è stata la ragione principale del conflitto.

Lo ha ammesso il vice segretario americano alla Difesa Paul Wolfowitz in un'intervista alla rivista Vanity Fair.

Gli Stati Uniti volevano la guerra per rovesciare Saddam Hussein, ha riconosciuto Wolfowitz, e "per motivi di burocrazia, ci siamo messi d'accordo sulla questione delle armi di distruzione di massa poichè era la sola ragione sulla quale tutti potevano essere d'accordo".

E in Gran Bretagna il governo è in difficoltà per gli stessi motivi. Dopo che, nei giorni scorsi, il segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld aveva affermato che l'Iraq ha distrutto le sue armi illegali prima del conflitto, alcuni parlamentari vogliono istituire una commisssione d'inchiesta per verificare l'attendibilità delle informazioni sulle armi irachene date dal governo di Tony Blair alla vigilia della guerra.